Tim Conrad è un analista in ascesa all’interno di un’importante compagnia. Finisce, grazie a una sua proposta, al centro delle attenzioni del suo CEO Lance Fender il quale lo invita ad entrare a far parte di un cerchio ristretto: Si tratta di un gruppo ad alto livello che si diverte ad invitare periodicamente a cena degli individui ritenuti dei perfetti idioti e il vincitore sarà chi avrà presentato il più ‘cretino’ di tutti. Tim incontra accidentalmente un soggetto che potrebbe fare proprio al caso suo. Si tratta di Barry, esperto in tassidermia che ha come hobby quello di ricreare dei quadretti ispirati spesso ad opere d’arte utilizzando topolini mummificati. Nulla di orrorifico ma sicuramente qualcosa di molto, molto poco comune. Barry entrerà così nella vita di Tim scombinandola senza volerlo.
C’era una volta La cena dei cretini di Francis Veber grande successo al box office d’Oltralpe, buon esito al nostro e continuità grazie alla versione teatrale fatta propria da numerose compagnie amatoriali e non. Di solito il cinema americano si impadronisce rapidamente dei diritti di questi successi europei e ne fa una versione made in Usa. In questo caso sono trascorsi ben undici anni. Il film francese denunciava una matrice di impianto teatrale e, grazie a un grande caratterista come Jacques Villeret, ormai scomparso, riusciva ad innescare una sorta di meccanismo ad orologeria degno di Feydeau. Anche perché Francis Huster, che interpretava il ruolo ora affidato a Paul Rudd, aveva un compito più facile sostenendo il ruolo di un personaggio detestabile sin dall’inizio. In questa versione invece Tim vuole sì compiacere il capo ma non è un individuo pieno di sé e i guai che gli capitano grazie al fatto di aver accettato l’invito alla cena non sono del tutto meritati.
Come poi spesso accade nei remake americani (uno su tutti Tre scapoli e un bebè rifacimento a stretto giro di ciak di Tre uomini e una culla) ci si pone il problema di ‘spiegare’. Ecco allora che la programmata cena che nel film francese restava di là da venire qui invece viene mostrata con quel tanto di grottesco che forse si poteva evitare. Va sottolineata la prestazione di Steve Carell, abile nell’offrire accenti stralunati ma anche una fondamentale umanità al suo personaggio.
Per quanto riguarda le stelle: 2 e mezzo. Nonostante il successo al box office americano solo perché siamo europei e l’entusiasmo di Noam Chomsky, che l’ha definita la miglior commedia dai tempi di Luci della città (probabilmente senza aver visto l’originale) ci sembra eccessivo? Forse. O forse perché al film di Veber ne avevamo date tre…

 

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