Alexander

Alessandro Magno è un personaggio che affascina Oliver Stone da sempre. Val Kilmer conferma che sin dai tempi di The Doors lui e il regista parlavano del film da farsi. Ora Stone è riuscito nell’intento realizzando un’opera assolutamente personale e del tutto imparagonabile a quella sorta di ‘Omero made in Usa’ che è Troy. Non per questo però Alexander si può definire un film riuscito. Perché Stone ha portato all’eccesso tre degli elementi che costituiscono da sempre l’essenza del suo fare cinema. Sono, nell’ordine, i seguenti: l’essere un anarchico di destra; l’amare un’idea ‘barocca’ del cinema; l’autobiografismo. Proviamo a spiegarci. L’autore della sceneggiatura di Conan il barbaro e il regista di Nato il 4 luglio sono, anche se a molti è sembrato strano, la stessa persona. Quella stessa che ha girato un documentario su Fidel Castro (Comandante) e uno sul conflitto israelo-palestinese (Persona non grata). Un regista ‘politico’ (JFK) capace di andare ‘contro’ ma con ben radicati, nel profondo, gli ideali di patria, di virilità, di onore. Alexander soddisfa queste esigenze: una personalità complessa, un tiranno ‘partecipativo’, un conquistatore spinto da ideali. Consente poi a Stone di portare all’eccesso quel barocchismo che finora si era estrinsecato soprattutto in un montaggio esasperato, in una molteplicità di punti di vista di un solo gesto e che qui si acquieta sotto questo aspetto (tranne che, ovviamente, nelle battaglie) per trovare la propria soddisfazione nella scenografia, nei costumi e nell’esasperazione cromatica della lotta. Con quel rosso così lisergico da sembrare frutto di un’allucinazione nella giungla vietnamita. E veniamo in questo modo al dato autobiografico: il confronto tra Alessandro e suo padre Filippo sembra ricalcare quello tra Oliver e il genitore militare, con tanto di partenza del primo per il Sudest asiatico per dimostrargli di essere un uomo. Anche se qui il gioco sembrerebbe ribaltarsi, visto il rapporto che intercorre, unendoli fino alla morte, tra il condottiero ed il compagno Efestione. Il ‘macho’ Stone affronta, da anarchico insofferente delle norme qual è, il tema dell’essere al contempo gay e combattivi sapendo in partenza di dispiacere alla morale vincente attualmente nel suo Paese. Ma il film non funziona non per colpa di Bush, del moralismo della sua amministrazione ecc.ecc. come vorrebbe farci credere il regista. Non funziona, oltre che per l’esasperazione dei tre elementi citati, perché su quasi tre ore di proiezione ci piazza più di 30 minuti di ‘spiegazioni’. Comincia il narratore Tolomeo (che tornerà più volte), seguono poi le istruzioni di mamma Olimpia/Angelina (che non invecchia mai, neppure quando dovrebbe), poi quelle del maestro di lotta e di quello di storia. Tocca poi al padre Filippo (che tornerà nel sottofinale con un flashback che potrebbe avere come didascalia “C’eravamo dimenticati di dirvi”…) provare a spiegare al giovane Alessandro come si sta al mondo. Insomma, prima di entrare nel vivo dell’azione ce ne vuole e quando poi questa finalmente esplode il rischio (anzi, la certezza) del dialogo meditativo sulle sorti degli esseri umani e della Storia è sempre dietro l’angolo. Un film (e Stone dovrebbe esserne a conoscenza dato che in passato ne ha realizzati di efficaci) deve saper portare avanti una storia e magari anche una tesi senza ‘note a piè di pagina’. Questo, purtroppo, non accade in Alexander.. Fonte trama

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