Nella Firenze ‘magnifica’ di Lorenzo De’ Medici, cinque amici praticano con disinvoltura l’ozio e la bischerata. Irresponsabili e impenitenti, si ritrovano periodicamente per esorcizzare un domani di cui non v’è certezza, perché la peste è alle porte e il Savonarola è in città a predicare l’Apocalisse e a infliggere castighi. Duccio, consigliere svogliato, Cecco, oste sfaticato, Jacopo medico col vizietto, Manfredo, nullafacente con esagerata prole, e Filippo, nobile signore becco e infedele, dopo aver turbato le sorelle del convento con un nano ‘infante’ e superdotato e aver tirato scemo il legnaiolo Alderighi, sottraendogli la focosa consorte e scambiandogli la vita, decidono per troppa noia di prendersi gioco di uno di loro, condannandolo loro malgrado ‘a capitolare’.
Lo avevano già fatto i Vanzina con il mito stracult del cinema popolare italiano (Er Monnezza) e col sequel di Eccezzziunale veramente, persevera adesso Neri Parenti con Amici Miei, ‘ammettendo’ evidentemente la crisi di idee della nostra cinematografia, ostinata in calchi, rimandi, aggiornamenti e rivisitazioni. Se è lecita e condivisibile la nostalgia per una precisa stagione del cinema italiano e per questa commedia boccaccesca nata da un’idea di Pietro Germi poi realizzata da Mario Monicelli, tuttavia conviene aprire gli occhi e convenire che quel cinema non è replicabile. Per diverse ragioni: di contesto (mutato), di storie (deboli e incongruenti), di volti (da natali in crociera) e di autori (che ricercano il consenso e non riconoscono la bellezza). Trentasei anni e tre film dopo, Neri Parenti, prodotto immancabilmente da Aurelio De Laurentiis, gira un prequel e immagina per gli amici di Monicelli e Loy un principio ambientato nella Firenze del Quattrocento alla corte del ‘Magnifico” Lorenzo e sotto la tirannia spirituale e integralista del Savonarola.
Amici miei – Come tutto ebbe inizio, pretenzioso fin dal titolo, è un film inconsistente e impietosamente triste, realizzato come un cinepanettone, che è da sempre la (sola) cifra stilistica di Parenti. Perfezionando e provando a ‘raffinare’ il suo cinema (s)finito con la scrittura ‘liquida’ di Brizzi barra Martani (sceneggiatori del film), il regista fiorentino confeziona una commedia “a immaginario zero” che si fa beffa del cinico e lugubre vitalismo dell’originale e di cinque amici mai rassegnati all’amarezza della vita.
Così dopo aver mandato Fantozzi in paradiso e averlo ‘celebrato’ in un buon numero di episodi, tocca ai protagonisti di Monicelli, con l’articolo determinativo rigorosamente davanti al cognome, subire il (mal)trattamento, sfumando i toni crepuscolari in un atmosfera greve di arie letali come la peste. Non c’è nel film un fotogramma che sia in grado di sostenere la scelta di produrre un prequel, semmai c’è un gioco costante di (in)volontaria distruzione dell’idea originale. E il turpiloquio mascherato con la ‘supercazzola’, magnifico nonsense sfoderato dal Mascetti di Tognazzi per gabbare il prossimo, si mostra qui penosamente smascherato e attraverso un lessico solamente sporcaccione. Segnato più dalla tristezza che dall’irriducibile cinismo degli amici. No, dico, Parenti prematurata la supercazzola o scherziamo? Senza contare che il suo film ha perso i contatti col tarapìa tapiòco e si stima come se fosse antani…

 

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