Barbarossa

Anno 1158. Nelle campagne intorno a Milano un ragazzino, Alberto da Giussano, salva la vita a un cavaliere che gli donerà un pugnale: è l’imperatore Federico I di Hohenstaufen. Il giovane Alberto torna dalla famiglia mentre Federico si sente dire da una veggente che la falce gli procurerà la sconfitta e l’acqua la morte. Alberto, cresciuto, si innamora di Eleonora considerata una fanciulla strana e in grado di ‘sentire’ ciò che accadrà. Federico invece porta all’altare la sposa bambina Beatrice di Borgogna e avverte come ineludibile l’esigenza di sottomettere i liberi comuni italiani a partire da Milano che verrà assediata e rasa al suolo anche grazie al tradimento del milanese Siniscalco Barozzi. Alberto vede morire i fratelli e tenta di uccidere l’imperatore che, riconosciuto in lui il suo salvatore di un tempo, lo lascia libero. Alberto però non demorde.
Il recensore nell’affrontare questo film si trova dinanzi a un bivio: leggerlo politicamente o sul piano cinematografico? Non è possibile esimersi dall’affrontare entrambi i percorsi. Perché è vero che Martinelli ha cercato in extremis di farne un manifesto di libertà tout court ma l’apparato ‘politico’ messo in essere per la prima mondiale (con tutti gli esponenti della Lega e il Presidente del Consiglio presenti non ‘in sala’ ma nel più evocativo Castello Sforzesco) oltre a un raffinato volume edito dalla Regione Lombardia erano lì a smentirlo. Non poteva quindi mancare un certo sentore da film di regime (alla Scipione l’Africano tanto per intenderci) in cui alle glorie dell’antica Lega Lombarda si intendeva associare quelle dell’odierna. Il tentativo si è rivelato però di cortissimo respiro perché se la Compagnia della Morte combatté a Legnano contro Federico I Von Hohenstaufen (il nome è ovviamente tedesco e nel film se ne rimarca l’origine) l’odierno movimento politico si trova ad affrontare ‘nemici’ che parlano la sua stessa lingua anche se non i suoi stessi (innumerevoli) dialetti padani. Quindi il panorama storico-politico è da considerarsi totalmente non omologabile anche se è un peccato che la Compagnia della Morte vestisse di nero. Il verde le avrebbe donato di più.
Detto ciò veniamo al film che si avvale di quello che è ormai una sorta di marchio autoriale: un film di Renzo Martinelli. Chi scrive aveva apprezzato il coraggio controcorrente di Porzus. Progressivamente però il regista brianzolo ha affinato le proprie innegabili doti tecniche convogliandole nel più tranquillo ma assolutamente meno creativo alveo del conformismo narrativo.
Perché Barbarossa avrebbe potuto diventare al contempo un Braveheart padano e l’occasione di riscossa per il kolossal made in Italy. Ma il film di Gibson viene emulato solo sul piano di una battaglia che si protrae con la sola finalizzazione di mostrare il maggior numero di scorrimenti di sangue possibili. Il kolossal invece viene soffocato nella culla (anche se le potenzialità ci sarebbero state) da una sceneggiatura nei confronti della quale Elisa di Rivombrosa diventa un classico. Perché il Luca Ward della serie tv diretta da Cinzia Th. Torrini era un cattivo infinitamente più sfaccettato del digrignante Murray Abrahams la cui iperbolica e proterva libidine viene seguita, anche nel sottofinale, a danno del nucleo centrale della storia. Se a Federico I viene concesso qualche spiraglio di umanità (anche se ci risulta che nella sceneggiatura il personaggio avesse molti più margini di sviluppo svaniti nel montaggio) Alberto da Giussano (già di per sé personaggio probabilmente leggendario) evolve (o involve?) in un modo che lascia perplessi (per usare un eufemismo). Di inquadratura in inquadratura si fa sempre più ‘libero’, selvaggio ed esagitato con lo sguardo truce di chi quando grida la parola “Libertà” la confonde con “Vendetta”. Ovviamente Roma, quando Federico la raggiunge, non può che essere ‘debole e malata’ tanto che vi scoppia la peste mentre l’eroina non può esimersi dall’amare e sposare (con rito celtico?) il ‘capo’ ed affrontare per lui il martirio.
Insomma il deja vu domina e poco conta sottolineare, come fa il regista, che per la prima volta si è utilizzato in Italia il sistema di “crowd replication” per espandere il numero delle comparse virtuali. Vista l’abilità di Martinelli nel far confluire capitali sui suoi progetti (a proposito, domanda a chi propone gli scioperi del canone: Rai Cinema ha investito solo denaro padano o di tutti?) gli si può riconoscere un’eccellente qualità di produttore. Come sceneggiatore finisce con il rendere ormai un pessimo servizio (non dimentichiamo Il mercante di pietre) alle cause che abbraccia…

 

Prima Parte: Versione: DvdRip – Qualità V:10 – A:10


Seconda Parte:

Barbarossa in Streaming ITA