imm (7)Armida Miserere è una donna in prima linea. Direttrice del carcere di Milano-Opera, ama Umberto Mormile, educatore nello stesso penitenziario. Sfibrati dalla vita ‘dentro’, provano a viverne una normale fuori, dove sognano un figlio e un futuro insieme. Ma una mattina di aprile, Umberto viene affiancato al semaforo e assassinato. Disperata ma ostinata a trovare i colpevoli, si butta a capofitto nel lavoro, accettando, tre anni dopo, di dirigere il carcere di Pianosa. Sfidata dai detenuti e rispettata dai suoi uomini, Armida prova a resistere ai colpi della vita, ignorando chi la giudica e giudica la sua concezione intransigente della detenzione. Undici anni dopo la morte di Umberto, Armida avrà ragione del suo mandante e del suo esecutore ma le ombre gettate sul compagno, su cui il processo scava in modo impietoso, e le continue minacce alla sua persona, che la costringono ad ‘abdicare’ l’Ucciardone, la fiaccano fino alla resa. Il venerdì Santo del 2003, Armida Miserere si suicida, accarezzando l’idea di ritrovare Umberto.
Non è un film di mafia Come il vento e non ha nulla a che vedere con modelli come La Piovra. Il nuovo film di Marco Simon Puccioni racconta la vita e la morte di una donna che diventa direttore di carcere negli anni Novanta per inseguire il sogno di cambiare il mondo e di renderlo un posto migliore. Ispirato alla storia vera di Armida Miserere, Come il vento è un film asciutto e robusto che alterna momenti di intensa commozione ad altri in cui respira il senso di tragedia che incombe sulla storia. Capace di affrontare il tragico senza (s)cadere nel patetico, Puccioni lo consegue secondo un modello classico: il processo di emarginazione e di esclusione che colpisce un individuo che rifiuta di piegarsi. In quel rifiuto di trasformare la contiguità in complicità sta tutta la bellezza di Armida Miserere, della donna e del direttore, qualifica accolta nella sola declinazione maschile. Ossessione e opera ideale, il carcere per la dottoressa Miserere era una missione da svolgere irreprensibilmente e nel rispetto degli uomini condannati e di quelli chiamati a sorvegliarli. Direttore di diverse carceri italiane negli anni della legge Gozzini, che affermava “la prevalenza della funzione rieducativa della pena”, Armida incarnava l’orgoglio di chi si sottrae alle regole del gioco e insieme il trauma di chi sente e si vuole diverso rispetto alla cultura diffusa e condivisa in cui le è dato vivere e operare. Il regista mette a fuoco questo trauma, avviando il film sulla morte di Umberto Mormile e sondandolo per il tempo successivo. L’angosciosa e ossessiva replica del loro ultimo congedo restituisce con indubbia efficacia le domande, gli echi e i silenzi di Armida, che ritorna sull’accaduto fino a ‘risolverlo’ in tribunale ma a soccomberlo nel privato. La macchina da presa di Puccioni riprende l’Armida di Valeria Golino in primo e primissimo piano, ‘imprigionando’ il volto, isolandola con il proprio demone e con gli uomini che ‘dirige’. A rendere lirica una pagina tanto tragica della nostra storia recente è senza dubbio (anche) la sensibilità dei suoi interpreti. Volti, quelli di Valeria Golino e Filippo Timi, Francesco Scianna e Marcello Mazzarella, che sono veri e propri paesaggi in cui si annidano ombre e preoccupazioni, su cui crescono sogni e illusioni e su cui cresce il film. Un film attraversato da una voglia di bellezza e di giustizia, che alla maniera della sua protagonista non tollera limiti e compromessi. Un film che ci prende alla gola mentre vediamo Armida cedere alla rassegnazione, alla rabbia, alla solitudine e all’ultima scelta, la più estrema e radicale, quella irreversibile. Cedere dentro un miserere (nomen omen) mentre cercava di portare al potere l’immaginazione e per non consegnare al potere la sua capacità di immaginazione. Fonte Trama

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Versione: DVDRip – Qualità: A.10 – V.10

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