Mattia ha un biglietto per Madrid e un fidanzato di Madrid con cui cominciare una nuova vita lontano dall’Italia e da un segreto che proprio non vuole confessare. Mattia è gay e la sua famiglia non lo sa. Lo ignora il padre, allenatore di rugby col vizio delle donne, lo ignora la madre, casalinga dimessa e ‘dismessa’ dal marito, lo ignora la sorella, coatta convinta con marito meccanico e prole sempre in arrivo. A conoscere la verità su Mattia sono soltanto Stefania, amica di sempre e da sempre, Giacomo, drag queen di notte e ‘lavandiere’ di giorno, ed Eduard, madrileno romantico e ostinato. Eduard vuole conoscere la famiglia di Mattia senza sapere che il suo amato è lontano dall’aver dichiarato la propria omosessualità. Alla vigilia della partenza però Mattia sarà costretto a fare i conti con se stesso e la propria identità. Intorno al tavolo troverà le parole per dirlo e per dirsi.
Piace l’esordio pop di Ivan Silvestrini, che dirige una commedia ‘orgogliosa’ di esplorare il terreno dell’identità sessuale. Costruito alla maniera di un racconto di formazione corale, racchiuso nell’arco di una giornata, Come non detto ha una narrazione intimista che sposa bene la difficoltà a ricomporre il modo in cui guardiamo a noi stessi con il riflesso che produciamo nell’occhio dell’altro, come suggerisce l’incipit allo specchio davanti al quale indugia il Mattia garbato di Josafat Vagni. Il suo personaggio è innamorato di una vita che non riesce a vivere ‘apertamente’, per l’intransigenza del sistema sociale, incarnato nel film dai genitori, o più probabilmente per la paura di affermare (e afferrare) la piena bellezza del suo essere. Per questa ragione, l’incapacità di trattenere un rapporto autentico col mondo, Mattia (ri)vive nei frequenti flashback, in un passato di occasioni perse per dirsi veramente, perseverando nella passività, nella bulimia d’immaginario e nel vuoto di identità che essa produce.
Ma nell’idea scritta da Roberto Proia, di cui Silvestrini è intelligente traduttore attraverso una regia discreta e (in)visibile, il dramma esistenziale prodotto da una menzogna diventa una commedia al termine della quale ciascun personaggio affronterà e dichiarerà se stesso, scoprendo che lo sguardo dell’altro non deve essere per forza coercitivo ma può rivelarsi complice e addirittura sostenitore. Al diavolo i cliché allora, nel film di Silvestrini e Proia non ci sono nonne da piangere o gay che abbinano bene i colori.
Come non detto racconta tranches de vie piuttosto che tranches de gateaux. Favorito da un cast smagliante, nessuno escluso, Come non detto irrompe in scena con personaggi gioiosi, imperfetti ingranaggi di un (quasi) perfetto incastro narrativo, dove a colpire non è tanto e non è solo ciò che accade ma il modo in cui accade.. Fonte trama

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