ETlextraterrestreUn alieno dal corpo basso e tozzo, dagli enormi piedi e dalla testa schiacciata viene lasciato sulla Terra dai suoi compagni di esplorazioni. Vagando per un bosco giunge a una casa abitata da una donna con i suoi 3 figli: Michael, Elliott e Gertie. Elliott ne scoprirà la presenza e lo nasconderà in casa. Quando i fratelli ne verranno a loro volta a conoscenza si coalizzeranno per difenderlo dagli adulti che lo cercano. Ben presto però l’extraterrestre avrà bisogno di cure mediche.
Scritto da Melissa Mathison, non ancora signora Ford, il film di Spielberg si colloca tra i capolavori che non perdono la presa sul pubblico neppure col trascorrere degli anni e si configura come una di quelle opere che hanno mancato gli Oscar principali per insipienza dei membri dell’Academy, non certo per mancanza di meriti. È facile vedere nell’alieno senza età e venuto da non si sa dove sottotesti cristologici (anche se un po’ improbabili per l’ebreo Spielberg). Ma non sta in questo il valore del film. Il regista aveva già affrontato la fantascienza con una sua visione personale in Incontri ravvicinati del terzo tipo ma qui intende andare oltre. È la diversità che lo interessa ma nello sviluppare il tema affronta la possibilità che il diverso possa non essere del tutto ‘solo’. L’incontro tra Elliott ed E.T. è notturno ed entrambi provano paura nello scoprire il diverso da sé e sconosciuto. Progressivamente quella paura si trasformerà in osmosi e la loro stessa sopravvivenza sarà legata a una dipendenza reciproca.
La sceneggiatura di un film il cui pressoché unico personaggio femminile adulto è quello della madre (peraltro neppure troppo presente) è consapevole di non dover assumere toni predicatori. Ecco allora che, in una delle sequenze di maggior presa sul pubblico, E.T. (pupazzo meccanico realizzato da Carlo Rambaldi recentemente scomparso) si nasconde nell’armadio in cui si tengono i peluche giocando astutamente sull’autoironia spielberghiana. In questo film poi i ‘luoghi’ del cinema del regista si vanno sempre più definendo. La luce di taglio che entra dalle finestre offrendo una nuova dimensione agli spazi diventa sempre più un marchio di factory. Così come l’incombere delle torce elettriche nella notte alla ricerca dell’alieno, dietro cui stanno ombre e non volti, non può non far tornare alla mente il camion di Duel. C’è poi quella mano dal lungo dito che sa come indicare il cielo per cercare la ‘casa’ a cui telefonare ma che sa anche illuminarsi per guarire o toccare qualcuno nel profondo. Le mani che si uniscono, marcando così la solidarietà, diventeranno da allora uno dei segni favoriti di Spielberg fino al punto di divenire il manifesto di Schindler’s List e sottolineando come l’alieno sia spesso più vicino a noi di quanto noi stessi non pensiamo. Non è un caso che, dopo la parentesi del secondo Indiana Jones, il film successivo di Spielberg sia stato Il colore viola…

 

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