EasyGirlOlive Penderghast, liceale irreprensibile e anche un po’ invisibile, dopo essersi abbandonata con un’amica ad una piccola bugia sullo stato della propria verginità, viene travolta dai rapidissimi pettegolezzi della scuola. Incredula e testarda, si cuce addosso una “lettera scarlatta” e decide di lasciar credere ai compagni ciò che vogliono, per vedere fino a che punto possono spingersi il loro pregiudizio e la sua discriminazione.
Il setting, ovvero l’alveare scolastico in cui api e fuchi ronzano tra corridoi, mense, aule e cortili con la precisazione intenzione (che il copione si occupa di sabotare) di schivarsi opportunamente o scontrarsi piacevolmente, è luogo noto e frequentato, da cinema e tv, quanto una bella spiaggia in agosto. Distinguersi al suo interno, a meno di non sconfinare nel fantastico (Twilight), è impresa meno scontata. Ci riesce bene Easy girl (che nel titolo originale si dà il voto da solo: A), impastando in modo nuovo i topoi del genere e affondando la sua lama oltre quella del dignitosissimo Mean Girls, senza mai perdere la tenerezza e la verosimiglianza, gentilmente fornite dallo spirito guida del film, John Hughes.
Il film, che formalmente trova una formula semplice ma efficace e azzeccata, utile a tenere saldi ritmo e curiosità, salta tanto le tipologie antropo-teen più abusate (non ci sono secchioni, supersportivi, nerd brufolosi, ma solo qualche molesta bionda ultrareligiosa) quanto le premesse inutili e sorpassate: non si tratta di perdere un’innocenza che non esiste, ma di testare in prima sofferta persona la spinta all’omologazione di un’età tanto cruciale quanto sorda e cieca, e di approdare a quel riconoscimento e apprezzamento di sé che è il fine di tanti racconti simili imboccando però una strada inversa al comune senso di marcia.
Per farlo, ci voleva una protagonista speciale e questo film ce l’ha. La Olive di Emma Stone, per la prima volta star assoluta dello show, con una voce che andrebbe davvero ascoltata in versione originale, è sveglia e tosta a sufficienza, degna figlia – cinematograficamente parlando – di due genitori quali Stanley Tucci e Patricia Clarkson.
Esce dal cilindro un ritratto attendibile, orchestrato non a caso come una video-documentazione, di una generazione di giovani americani disposti a pagare perché si dica in giro che fanno sesso senza che sia vero (se il quadro sia più divertente o più avvilente è questione aperta e detta il tono agrodolce del film) e un bel modo di rispolverare il romanzo di Hawthorne, senza esimersi dallo sconsigliare apertamente l’adattamento con Demi Moore…
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