Alla High School of Performing Arts di New York cominciano le audizioni per selezionare i nuovi astri nascenti del mondo dello spettacolo. Nell’arco di quattro anni, questi giovani aspiranti cantanti, ballerini, attori e registi, imparano l’arte e danno libero sfogo ai loro talenti. Sognano il successo e condividono affetti e paure. Lottano contro le decisioni dei propri genitori e osservano brillare oppure estinguersi tutte le loro aspirazioni.
Sono passati trent’anni da quando Alan Parker, su sceneggiatura di Christopher Gore e musiche di Michael Gore, decise di infrangere i sogni aurei del musical americano in quel che restava delle inquietudini giovanili della New Hollywood e della realtà suburbana della New York descritta da Scorsese e Schlesinger. Trent’anni in cui quel processo di commercializzazione e capitalizzazione delle ambizioni artistiche avviatosi proprio negli anni del film, ha trovato pieno compimento rendendo l’ambizione alla fama quanto mai estesa e liquida. Il nuovo Fame – Saranno famosi aggiorna all’era dei baby divi e dei vari American Idol il culto del film di Alan Parker, non tenendo a mente che il brand ha sviluppato nel tempo una costellazione di ufficiali e ufficiose declinazioni verso il teatro, il serial e il reality.
L’articolazione del film resta la stessa: scansione in cinque atti (le audizioni più i quattro anni di corso), ripartiti sommariamente fra il tempo dell’euforia e della spensieratezza dei primi anni e quello delle delusioni e del duro confronto con la realtà e i limiti del proprio talento del secondo biennio. Rimangono anche le canzoni più famose, come quella che da titolo al film e la struggente Out Here on My Own. Quel che cambia è l’operato del film. L’effetto di reale si adatta ai tempi e passa da una visione del multiculturalismo e della stratificazione sociale della New York a cavallo fra Seventies ed Eighties, a una New York spersonalizzata e ostaggio dell’universo del nuovo cinema hip hop (Save the Last Dance, Step Up). Anche i nuovi personaggi appaiono solo come un riciclo, un patchwork dei vari caratteri originali riorganizzati in modo casuale in “nuove” figure meno espressive, meno sfaccettate. Bambole esteticamente perfette e perciò apparentemente incapaci di sudare quanto gli sarebbe richiesto o di sporcare la loro innocenza. Difatti, perfino i drammi personali e le crude esperienze di vita si trasformano in questa nuova versione in capricci infantili, piccoli episodi che non lasciano tracce di sé. E se non lo fanno è soprattutto perché il giovane regista e coreografo Kevin Tancharoen si serve di un montaggio parallelo fra le storie dei ragazzi e le varie coreografie che il più delle volte non trova alcuna giustificazione se non quella di cercare di velocizzare la narrazione o di attenuare l’effetto drammatico di alcuni passi del percorso di formazione.
In proporzione, l’originale Fame di Alan Parker sta alla Coca Cola (di cui emula anche lo stile del logo), come il nuovo Fame sta alla Coca Light. Perso il sapore e l’effervescenza dei suoi protagonisti, Tancharoen si preoccupa unicamente di rimpiazzare quegli elementi più scabri come droga, violenza o omosessualità del film di Parker con qualche sfuocatura e qualche effetto di macchina a mano. Cioè, con l’estetica di un qualunque reality show danzerino di Mtv, cui da il suo contributo anche il doppiaggio italiano, in più di un’occasione palesemente fuori sincrono.. Fonte trama

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