GangsterSquad

Los Angeles, 1949. Mickey Cohen, pugile ebreo col vizio della vittoria, risale la gerarchia della criminalità a colpi di pistola e crimini efferati. Padrone superbo e incontrastato della città, compra tutto e tutti deciso a superare i confini di Los Angeles e a ‘occupare’ Chicago. Giudici e agenti, corrotti dal suo denaro e dalla sua avidità, sono testimoni passivi e agevolatori attivi. Soltanto John O’Mara, reduce della Seconda Guerra Mondiale e marito di una moglie incinta, resiste al fascino e all’ascesa di Mickey, boicottando le sue attività criminali. Il capitano della Polizia, Bill Parker stabilisce di dare allora coerenza alle azioni isolate del sergente, impegnandolo in una lotta organizzata contro il crimine e fornendolo di una squadra di incorruttibili agenti. Verificati i profili e messa insieme una squadra, O’Mara e i suoi uomini avviano una capillare operazione di sabotaggio, colpendo al cuore gli affari di Mickey Cohen. Esasperato e incarognito, il gangster prova a difendersi dagli attacchi sferrando ganci all’aria e indagando sulla misteriosa ‘banda’. Tra armi da fuoco e dark lady infuocate, la squadra proverà a ristabilire legge e ordine nella ‘città degli angeli’.
Diversi anni fa un critico, guardando i quattro intoccabili di De Palma raggiungere i confini del Canada fucile alla mano e alla maniera della vecchia cavalleria, ebbe a dire che il regista della New Hollywood non aveva il senso forte del paesaggio di Michael Cimino. A ventisei anni da Gli intoccabili c’è da chiedersi cosa direbbe quello stesso critico del (non)senso ‘gangsteristico’ di Ruben Fleischer, alle prese con un boss della malavita e una costola ‘confidenziale’ del LAPD (Los Angeles Police Department). Gangster Squad, apoteosi e caduta di un bandito nella Los Angeles del dopoguerra, fa (ci auguriamo inconsapevolmente) il verso nella vicenda, nei personaggi, nelle situazioni e negli ambienti all’hardboiled letterario e a quello cinematografico, fallendo la rilettura moderna del modello di Hawks, esagerando nei divi e abusando dello slow motion. Non è il colore il problema, L.A. Confidential sembra un nero d’epoca nonostante il colore, non è nemmeno il digitale applicato a un film in costume, Nemico Pubblico ha ampiamente dimostrato che un realismo luministico può restituire un senso di contemporaneità a una materia anacronistica, l’insolvenza verso il genere e lo spettatore è dovuta piuttosto al fatto che i personaggi vengono rinchiusi all’interno di robusti stereotipi e in nessun modo confrontati con la realtà americana dell’epoca che si sta rappresentando. Ispirato alla storia vera del criminale Mickey Cohen, criminalmente attivo nella Los Angeles degli anni Cinquanta, e trasposizione del romanzo omonimo di Paul Lieberman, Gangster Squad spreca un cast di attori eminenti ma insinuati da un senso di vuoto come i loro personaggi, di cui Fleischer non avvia mai il percorso emotivo. La mancata orchestrazione delle loro performance, troppo spesso gigionesche e iperrealiste alla maniera del film, precipita Gangster Squad verso una fine nota dopo un svolgimento incolore e impersonale. Lo spaesamento successivo alla visione non deriva poi dall’attualità del mezzo impiegato, immediatamente percepibile nella rivelazione dei set, quanto nell’assenza di un’idea che avvicini e traduca in stile gli elementi primari del genere: il pathos, la tragedia, il cameratismo, le lacrime, il destino, il mito della frontiera, gli uomini che sparano, i corpi che cadono, il panico degli innocenti…
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