All’ombra di un ginko biloba Pin e Puk interrogano il maestro Tsu Nam sulla saggezza. “Colpiti” dai suoi insegnamenti e dal suo bastone di bambù, i discepoli sognano di raggiungere il nirvana e di suonare il gong che produce armonia, valanghe ed eruzioni. A Milano, intanto, è tempo di vacanze e Aldo, Giovanni e Giacomo hanno pianificato la partenza intelligente, diretti una volta di troppo alla stessa spiaggia e allo stesso mare. Un calcio ad un pallone e l’ammutinamento familiare sconvolgeranno il loro programma. Niente ferie o licenze per Padre Bruno che chiede a Dio la misericordia e ai fedeli l’obolo per la sua chiesa, corrotta dagli anni e defraudata da Mario, un sagrestano che “risparmia” le offerte per comprarsi la moto dei sogni. Non hanno invece bisogno di restauro i quadri del castello di Hogwarts, ritratti parlanti e sbeffeggianti che scivolano fuori dalla cornice per insediarsi in un’altra e conquistare una dama “con un ermellino”. Nel mondo dei babbani Aldo e Giovanni giocano a calcetto e generano prole, soltanto Giacomo manca la porta e la rete. Tra medicina ayurvedica e calcolo della temperatura basale, cercherà di concepire il suo goal più bello.
Dopo la dimensione picaresca dell’attraversamento peninsulare, rigorosamente unidirezionale (Tre uomini e una gamba, Così è la vita e Tu la conosci Claudia?), Aldo, Giovanni e Giacomo circoscrivono il loro peregrinare a Milano, al suo Naviglio, al suo hinterland, al suo stadio. La metropoli, che serviva da trampolino al viaggio verso Sud (percorso di formazione e di ribellione a un’esistenza regolare e programmata), ospita tre dei cinque episodi e svolge tre storie in cui al solito AG&G sono antagonisti tra loro, dove la litigiosità supera la solidarietà e la voglia di fregarsi quella di soccorrersi. Se nella città lombarda, sempre troppo irreale e improbabile, il trio si limita a reiterare amicizia e cameratismo, personaggi affinati e gag collaudate, rituali ed esplosioni improvvise, più interessanti risultano gli episodi “in costume”, effetti speciali, travestimenti e posticci (“Maestro Tsu Nam” e “Falsi prigionieri”), che spezzano per la prima volta l’indistinzione tra personaggio e interprete: AG&G nei loro film usano sempre i loro nomi.
Rimpiazzato il quarto moschettiere, Massimo Venier, con il cortigiano Marcello Cesena, il trio recupera la gag e la spiccia citazione cinefila, rinnegando la felice compattezza e fluidità del racconto raggiunte in Chiedimi se sono felice. Aldo, Giovanni e Giacomo sembrano ormai prigionieri dei propri clichè e delle loro maschere: Aldo sempre imbranato, ingenuo e fatalista, Giovanni ancora invischiato nella diffidente pragmaticità milanese e Giacomo irrimediabilmente saccente, noioso e pignolo. Sopraffatti dai loro personaggi, complici ideali della loro carriera, alterata la combinazione di cinismo e patetismo e smarrito lo splendore ritmico del loro cinema on the road, il trio “in gamba”, giocoliere del doppio senso, non fa ridere (non più). Così è la vita. Così è il cinema, così va lo spettacolo, che insegna da sempre che è possibile ricominciare da zero, anzi da tre. Perché qualcosa di molto buono AG&G lo hanno già fatto…

 

 

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