Dal 1899, anno della sua fondazione, la Fiat costruisce automobili per far andare più veloce l’economia italiana. La storia di questo pilastro del capitalismo industriale è anche la storia di una famiglia molto potente e molto in vista: gli Agnelli. Attraverso cinegiornali, filmati delle teche televisive, interviste esclusive e sequenze animate, si ricostruisce l’albero genealogico di casa Agnelli, soffermandosi in modo particolare sulla vita privata di Gianni, il celebre Avvocato, maestro di eleganza e di mondanità, di suo fratello Giorgio, rinchiuso in un ospedale psichiatrico ancora molto giovane, e del figlio Edoardo, morto suicida a quarantacinque anni. Sempre restio a ereditare la vocazione capitalista e più interessato allo spiritualismo e alle filosofie orientali che alle automobili, Edoardo può essere considerato l’emblema di un meccanismo di rimozione che riguarda le grandi responsabilità delle famiglie più potenti.
Dietro ogni grande famiglia ci sono sempre grandi racconti. L’idea da cui parte Giovanni Piperno, documentarista dal piglio esplicitamente narrativo ed estroverso, è che da questi grandi racconti derivino grandi responsabilità e che all’interno di queste saghe fatte da personalità autorevoli e matrimoni altolocati, ci sia sempre qualche falla, qualche elemento di debolezza che ne rivela tutta l’umanità e l’intrinseca fragilità. I “pezzi mancanti” della storia della Fiat e della famiglia Agnelli non riguardano perciò solo la storia di successi e fallimenti nel mondo a quattro ruote, ma anche le ombre che stanno dietro ai vari “modelli” della casata. In modo particolare, Piperno si sofferma sui contrasti fra i vizi privati e le pubbliche virtù dell’Avvocato Gianni (amato e odiato da tutti i torinesi che, al momento della morte, dettero vita a una vera e propria processione per visitare il feretro) da una parte, e la ribellione silenziosa e soffocata nell’ascetismo o nell’arte dal figlio Edoardo e dal misconosciuto fratello Giorgio, dall’altra.
Nell’interrogare amici miliardari o nobili congiunti come Ira von Fürstenberg o Klaus von Bulow, Piperno aggira la logica morbosa di certe produzioni televisive impostate sul livore o sulla fascinazione per le Dinasty celebri e costruisce una narrazione che, nel mettere assieme i frammenti e nell’individuare il pezzo mancante, sposa tanto l’ottica del “quadro” e la finalità didattico-informativa del documentario, quanto quella del “puzzle” e la costruzione tesa e incalzante di un mystery.
Dopo aver raccontato la storia di un esperto demolitore dinamitardo in L’esplosione e quella del viaggio in Cina di un folto gruppo di malati mentali con Cimap!, Piperno porta dunque avanti il suo processo di decostruzione e di eccentricità dell’ideale documentario a partire da una classica storia di conflitti familiari e di gravose eredità. All’interno di questo insieme di elementi tradizionali, il suo stile procede alla ricerca di una versione originale, muovendosi avanti e indietro nel tempo e nelle indagini delle varie figure familiari e del senso delle aspettative su di loro investite.
Se la lettura psicanalitica del meccanismo di rimozione in funzione delle responsabilità del potere risulta interessante, meno lo è il didascalismo della soluzione del mistero proposta da Piperno, che si limita a una morale generica (“Anche i ricchi piangono”) e si lancia nella previsione di una certa serenità per la futura stirpe degli Agnelli in proporzione alla loro distanza dagli affari di famiglia. In questa visione, il “pezzo mancante” che separerebbe il polso vigoroso di Gianni dal cuore altrove del figlio Edoardo starebbe tutto racchiuso in uno storico aneddoto riguardante un pinguino che l’Avvocato avrebbe acquistato per le strade di Portofino da un eccentrico miliardario e poi lasciato vagare in una delle ville di famiglia. Ma resta un dubbio: se la solitudine del pinguino sia più allegoria del disorientamento del potere o di quello del regista…

 

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