LaPolinesiaesottocasaStefano Redi ha trentaquattro anni, un lavoro ben remunerato per un’importante compagnia che opera nel settore edilizio, una macchina sportiva, una vita sociale con amici nell’alta finanza e la figlia di un diplomatico francese come fidanzata. Potrebbe sentirsi un uomo pienamente realizzato se solo non provasse una profonda insofferenza per l’idea di vivere solo in funzione del lavoro e della carriera. Una sera, dopo aver partecipato controvoglia a un ricevimento a casa di alcuni amici dei genitori dell’ambiziosa fidanzata, Stefano capisce che non è verso quel mondo che vuole proiettare il proprio futuro. Non vuole più soldi, potere e prestigio sociale, ma solo ritrovare la libertà persa dieci anni prima, quando disse addio alle onde del mare e alla sua amata tavola da surf.
“Noi siamo i giovani, l’esercito del surf”, cantava Catherine Spaak nel 1964, indicando in uno sport ancora sconosciuto tutta la carica spensierata della cultura giovanile pre-sessantottina. Quasi cinquant’anni dopo, mentre la nuova gioventù si professa sempre meno allegra e più preoccupata dalle quotidiane avversità, l’opera prima di Saverio Smeriglio e Andrea Goroni fa ritorno alle cavalcate fra le onde del mare per raccontare con candida leggerezza una storia di passioni giovanili come elogio della libertà esistenziale. Stefano, trentenne milionario in crisi di coscienza, è un protagonista decisamente non in linea coi tempi, il contraltare di quei precari simpatici, inerti o sfruttati della Generazione mille euro raccontata dal nuovo cinema italiano. Un personaggio che, in tempi di crisi, potrebbe essere guardato con sospetto o con fastidio, se solo la sospensione di incredulità richiesta dalla “favola” di Smeriglio e Goroni non esigesse uno spettatore capace più di intenerirsi per il suo romanticismo trasognante che per la notevole distanza dalla media dei trentenni di oggi.
Difatti, non è per la mancanza di una pretesa neorealista che La Polinesia è sotto casa si rivela un film inconsistente, quanto per la fragilità di forma e di sostanza dei sogni che racconta. L’intera prima metà del film si impegna a descrivere e a dare uno sviluppo alla crisi professionale e amorosa di Stefano fino al suo point break esistenziale, mentre la seconda oscilla fra i ritorni di fiamma giovanili per le onde della riviera e quelli per le donne del passato. Pur restando sempre attaccati al protagonista, crediamo alla buona coscienza delle sue azioni e delle sue conversioni più per necessità narratologiche che per il fatto che la situazione non faccia pensare a un capriccio giovanile o a una fuga dalle responsabilità del lavoro. Forse, sotto questo aspetto, La Polinesia risente delle sue origini letterarie e della presenza dello stesso autore dietro la macchina da presa, non riuscendo a sviluppare la necessaria continuità che le sequenze di un film richiederebbero rispetto ai capitoli di un romanzo. E, d’altro canto, neanche le scene di surf girate da alcuni esperti operatori californiani possono possedere da sole la forza epica delle immagini di John Milius o Kathryn Bigelow. I due registi anconetani puntano su sentimenti più convenzionali, attraverso le immagini dei tramonti sulla Riviera del Conero e delegando la segretaria del protagonista a interpretare la tipica macchietta bruttina e coscienziosa delle romantic comedies. Ma l’immagine complessiva è logora e slavata quanto quella di una cartolina da emporio di un lungomare…

 

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La Polinesia e sotto casa in Streaming ITA