Svezia, 1982. A Blackeberg, un piccolo centro della periferia di Stoccolma, Oskar sogna di vendicarsi del mobbing che subisce ogni giorno da tre compagni di classe. Armato di un coltello immagina di infilarlo nello stomaco di Connie, che dei tre è il più arrogante. Una notte la tranquillità del quartiere in cui vive viene interrotta dall’arrivo di un uomo e di una dodicenne pallida e ambigua che sembra non conoscere freddo e paura. Con l’arrivo dei nuovi inquilini dell’appartamento di fianco al suo, una serie di efferati omicidi iniziano a macchiare il paesaggio innevato e ben presto Oskar scopre che Eli, con la quale nel frattempo ha stretto una tenera amicizia, altri non è che un vampiro imprigionato in eterno in un corpo da bambina.
Il silenzio assordante e l’oscurità del gelido, immacolato inverno svedese con le sue pianure imbiancate offrono lo scenario ideale per il soft horror romantico di Tomas Alfredson. Adattando per il cinema il romanzo semi-autobiografico di John Ajvide Lindqvist (autore anche della sceneggiatura), il regista svedese sceglie di decurtarne alcune parti in favore della candida storia d’amore tra Oskar ed Eli. Lui vorrebbe saltare a piè pari la fanciullezza e conta i mesi e i giorni di un’età troppo fragile per poter affrontare il mondo. Lei, corpo infantile e asessuato, è condannata alle tenebre e a uccidere per rimanere in vita. Costretti alla solitudine per ragioni diverse e vittime di una società silente che li ha abbandonati a se se stessi, i due bambini si confidano e sostengono trovando un modo per comunicare al di là della parola.
La periferia di Stoccolma, ritratta con realismo e puntualità, appare ancora più piccola, monotona e isolata grazie allo sguardo di Alfredson che si rivela abilissimo nel fotografare la provincia attraverso gli usi e i costumi di una manciata di personaggi secondari – alcolizzati nullafacenti, gattari e piccoli bulli – pur tenendo le camere puntate sull’infanzia. Declinando l’horror e scegliendo di non soffermarsi su dettagli sanguinosi (eppure è il sangue che insieme alla storia d’amore offre calore umano al glaciale scenario), Alfredson mostra una delicatezza poco comune al cinema di genere trovando anche nella musica una formula per sottolineare il romanticismo piuttosto che incalzare la suspense. Aperto a innumerevoli chiavi di lettura, Lasciami entrare è un film che rispetta la tradizione orale vampiresca e ridefinisce la figura del vampiro contemporaneo, come già aveva fatto Twilight, lasciando in sospeso un finale vagamente onirico che corre sui binari di un treno lanciato verso il futuro…

 

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