Cinque anni dopo l’intervento militare nei territori del Kosovo, molti membri dell’esercito italiano riportano gravi malformazioni e malattie tumorali. Di fronte all’agonia del marito, la dottoressa Ferri fa giurare a un altro reduce, il Colonnello Moresco, che farà qualunque cosa per far emergere la verità sulle implicazioni fra l’uranio degli armamenti bellici e la proliferazione dei tumori nell’esercito. Nella stessa città, Catania, il vicequestore Manfredi, un abile negoziatore poco incline ai protocolli della polizia, deve gestire una figlia adolescente e una crisi coniugale con una moglie che ama ancora. La tragicità del fato farà incrociare i destini del militare e del poliziotto all’interno di un ospedale.
Nel cinema di genere vige una regola non scritta: non c’è niente che perori una causa umanitaria con più forza e disperazione di un sequestro condotto in nome di una battaglia civile. Nelle sue ultime 56 ore, Fragasso ha il tempo per rievocare tutto quel cinema d’azione incentrato sulle forze dello Stato che si ribellano contro le ingiustizie e i silenzi dello stesso. Ripercorrendo il sentiero tracciato non solo dal poliziottesco italico degli anni Settanta, ma anche da molto cinema americano contemporaneo come Il negoziatore, John Q e Inside Man, il film di Fragasso e della fidata compagna Rossella Drudi prende in ostaggio da più parti idee, ritmo, stile visivo e suggestioni narrative. La posta in gioco però si alza e i gesti estremi di questa cellula impazzita dello Stato non si fermano al sentimentalismo universale ma cercano una motivazione nella cronaca più attuale. Questo doppio registro, al contempo socio-politico e melodrammatico, si articola nelle storie parallele dei due personaggi protagonisti: più improntata alle logiche dell’action e degli affetti familiari quella dello sbirro Luca Lionello, più dalla parte dell’impegno e della sensibilizzazione quella del militare Gianmarco Tognazzi. Il loro incontro, ciò che in teoria costituirebbe il nucleo del film e che viene invece ritardato fino all’ultima parte, riflette gli stessi difetti della sovrastruttura e dell’incrocio più ampio fra impegno civile e logica di intrattenimento. Non si può dire che Fragasso manchi di coerenza: tanto le sequenze d’azione quanto quelle del melodramma familiare, tanto l’operazione di denuncia quanto la stima per le gerarchie e per il rispetto della disciplina, sono marcate dalla medesima enfasi, da una voce grossa e una brutale chiarezza di linguaggio. Tuttavia, il paradosso di tale solennità sia civica che ludica è che, fra l’esplosione di una granata e un testamento biologico, fra una scarica di mitra e un sequestro condotto in nome di una giusta causa, diviene difficile sciogliere ogni ambiguità in merito alla portata effettiva del messaggio del film.
Quel che manca è (verrebbe ingenuamente da dire) capire chi sia il “cattivo”, contro chi si stiano dirigendo il peso delle accuse e la forza di tale grido. Il finale del film parrebbe tentare di definire in extremis questo aspetto, ma è l’abbraccio irrimediabile di cinema e istituzioni politiche a non permettere tali libertà e a far sì che ogni accusa precisa rimanga ben confinata nella zona franca della drammaturgia…

 

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