Anno 2020. Napoli è una città sicura, pulita e moderna, grazie all’impresa straordinaria compiuta dal suo sindaco, Nicolino Amore. Nato poverissimo, figlio di una contrabbandiera e di un parcheggiatore abusivo alcolizzato, all’inizio della sua scalata sociale Amore si lascia conquistare dai privilegi della bella vita ma poi si ravvede e decide di occuparsi della sua gente e risolvere una volta per tutte il problema più grave che da sempre affligge la città: il narcotraffico. Dopo studi approfonditi, con l’aiuto di una “madrina” camorrista pentita, Nicolino Amore legalizza la droga e pone fine ai profitti e al dominio dei criminali.
Vignettista, regista, “iena” della Tv, Enrico Caria ha scelto la formula del mockumentary per portare al cinema una questione scottante come la liberalizzazione delle droghe sotto forma di commedia e di puzzle di opinioni disparate, da Isabella Rossellini a Renzo Arbore, da Carlo Lucarelli a Giancarlo De Cataldo e Pietro Grasso. Nonostante gli esempi cinematografici di questo stile siano tanti e prestigiosi, L’era legale non si eleva mai al di sopra di un’estetica ultratelevisiva e il protagonista stesso, Patrizio Rispo, pur essendo evidentemente in parte, non si distingue però per un’interpretazione di sfumature. Nonostante questo, il filmato si segue senza noia, grazie alla punteggiatura umoristica (facile ma mai volgare) e a qualche idea spassosa, specie nel segno dell’utopia realizzata (il lavavetri che si fa pagare col bancomat e rilascia la ricevuta) o della gioventù da autodidatta di Nicolino.
Se l’insistenza sui meccanismi mediatici è superflua e ridondante (per conoscere il funzionamento della macchina del fango non abbiamo bisogno delle istruzioni), lo è forse meno l’informazione riguardo alla nuova leva di mafiosi: economisti laureati con un patrimonio di liquidi da capogiro. Man mano che procede, comunque, il finto documentario mette sempre più a fuoco il concetto per il quale è stato probabilmente maturato, ovvero l’idea che il proibizionismo faccia la fortuna dei narcotrafficanti e che i tossicodipendenti andrebbero trattati come malati e riforniti della droga gratuitamente, da parte dello stato. A questo punto, il tono si è fatto impercettibilmente serio e il lavoro di Caria si chiude con la chiara volontà di lasciare lo spettatore non tanto con un sorriso sulle labbra quanto piuttosto con un raro pensiero nella testa, insolito ma possibile…

 

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