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1908. Pu-Yi ascende a tre anni al ruolo di imperatore della Cina. 1967. Pu-Yi muore. Il film segue le tappe della sua crescita all’interno della Città Proibita alternandole con il rimpatrio come criminale di guerra e con il procedimento di rieducazione impostogli dalla Cina maoista dopo dieci anni di detenzione.
Nove premi Oscar sono stati assegnati a questo film di Bernardo Bertolucci. Qui possiamo già individuare il primo record perché si tratta del primo film italiano a vincerne così tanti. Ma ce n’è un altro: è la prima opera cinematografica ad aggiudicarsi tutti gli Oscar per cui era candidata. C’è però ancora un dato da rilevare: nella classifica dei film a cui sono andate all’epoca più statuette si piazza dopo Ben Hur (11) e West Side Story (10) senza elencare tutti gli altri riconoscimenti ottenuti nel mondo.
Al di là però dei premi L’ultimo imperatorecostituisce una pietra miliare nel cinema di Bertolucci. Circondatosi dei migliori professionisti (dall’autore della fotografia Vittorio Storaro allo scenografo Ferdinando Scarfiotti passando per i costumi di James Acheson) il regista riesce in modo mirabile a fondere la dimensione spettacolare con quella di una storia non ‘epica’. In fondo Pu-Yi è un altro ‘uomo ridicolo’ (La tragedia di un uomo ridicolo, 1981), un bambino divenuto uomo senza poterlo essere mai veramente, circondato da un’illusione di potere che in effetti non ha mai detenuto se non per permettersi talvolta di umiliare chi lo circondava. Lo spettacolo sta nella descrizione degli immensi spazi della Città Proibita con le sue 9.999 stanze (solo il paradiso per i cinesi ne poteva contare 10.000). Una prigione enorme finalizzata a tenerlo lontano dalla Storia, quella dei Grandi e quella del popolo minuto che avrebbe comunque dovuto voltare la schiena al suo passaggio per non guardarlo in volto. Bertolucci e il co-sceneggiatore Peploe costruiscono una narrazione in alternanza partendo dal ‘fuori’, cioè dal periodo della rieducazione a cui il criminale Pu-Yi viene sottoposto. In fondo i metodi applicati nei suoi confronti si assomigliano: passa da un carcere (dorato) ad un altro e così come dai cortigiani così dai maoisti riceve un preciso input: non deve pensare autonomamente. Quello de L’ultmo imperatore sembrerebbe un Bertolucci diverso dal regista di film ‘scabrosi’ come La luna o addirittura da mandare al rogo come Ultimo tango a Parigi perché quello che propone ha le parvenze di un biopic quasi pudico. Sta proprio in quel ‘quasi’ la prova che invece il regista sta proseguendo una sua ricerca sui temi dell’eros che più gli interessano. Si veda la ricerca del seno della balia anche in fase non più neonatale o quel rapporto a tre occultato alla vista dalle lenzuola. Pu-Yi cresce circondato da eunuchi e il film ci parla della sua sessualità con una sequenza che è più esplicita di tante scene definite altrove ‘scandalose’: è un grande velo ad unirlo e al contempo a separarlo da corpi cercati e probabilmente desiderati. Il Pu-Yi adulto ha visto nascere il primo uomo (alla Camus) tra stucchi e cerimoniali avendo come sole compagnie vere un grillo, un topo e forse un precettore. Fonte Trama

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Versione: DVDRip – Qualità: A.10 – V.10

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