Max è un bambino come molti irrequieto, ha una sorella più grande che, come capita spesso, non gli dà molta attenzione e una madre sola che come tante cerca di rifarsi una vita con altri uomini. Un giorno, a seguito di una serie di delusioni prima dalla sorella e poi dalla madre, esplode dalla rabbia e viene per questo redarguito. Insofferente scappa di casa finendo, dopo un tragitto in barca a vela, in una terra desolata e arida dove trova dei giganteschi mostri dal cuore anche troppo umano che credono a tutto quello che dice e lo incoronano loro re, almeno fino a quando le sue promesse di spazzare via la tristezza dalla loro vita non si rivelano mendaci.
Il libro illustrato di Max Sendack da cui il film prende quasi tutto, Where the wild things are, è un’opera tanto conosciuta e amata (nel mondo anglosassone) quanto breve. Un libricino per bambini che ha più di un perchè anche per i grandi e che doveva diventare un film di almeno un’ora e mezza, impresa non semplice per la quale viene scritturato Spike Jonze (e Dave Eggers alla sceneggiatura), il quale impiega 7 anni per capire come allargare la storia e come poter trasferire sullo schermo quella strana malinconia che pervade i disegni del libro.
La produzione però attraversa molti problemi, compresa una certa sfiducia da parte di chi i soldi ce li mette verso i toni dark che Jonze infonde nel film e alla fine il risultato come spesso capita sembra risentirne.
Nonostante infatti un inizio formidabile e una quantità di idee, intuizioni e creazioni che non hanno nulla di ordinario ma appartengono alle pagine migliori dell’arte cinematografica, l’insieme dell’opera, cioè il final cut, risulta un ibrido anche un po’ noioso tra diverse intenzioni (probabilmente quelle del regista e quelle dei produttori), un pasticcio a più mani che non accontenta nessuno, tantomeno quel pubblico infantile tanto cercato dalla produzione.
Il film affronta la disillusione infantile, trasferendo la rabbia che Max ha in corpo per la frustrazione e l’incredibile solitudine che prova nella sua vita vera (lo vediamo in quelle poche ma significative scene iniziali) nelle personalità fastidiose e rabbiose delle creature selvagge. Girando in esterni nei vasti spazi australiani e quasi sempre all’ora del tramonto Jonze trova una dimensione sospesa che rende perfettamente l’equilibrio tra fantasia e realismo, donando un senso panico ad ogni scena. Ancora di più il regista già responsabile di raffinatezze come Il ladro di orchidee e Essere John Malkovich riesce a contaminare ogni inquadratura con una tensione drammatica che ha poco a che vedere con una favola rassicurante rendendo complessi e sfaccettati anche semplici scambi di sguardi.
Tutto questo però rimane nel reame delle intenzioni perchè poi non ce n’è attualizzazione per colpa di una struttura e un’organizzazione del racconto che disperdono le trovate invece che coalizzarle verso un unico fine. Verso metà tutto sembra perdersi, la noia comincia a regnare e anche la ricercata colonna sonora sembra appiccicata per risolvere la stagnante stanchezza in cui il film precipita inesorabilmente.
Tutto ciò che doveva essere la seconda parte di film, ovvero il viaggio all’interno di Max (e per esteso della psicologia infantile) attraverso la metafora delle creature selvagge, si perde e al massimo può colpire alla testa ma di certo non al cuore…

 

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Nel Paese Delle Creature Selvagge in Streaming ITA