Roger Ferris è l’uomo della Cia nel Medio Oriente. Parla l’arabo, sa muoversi, adattarsi, tessere velocemente relazioni, ottenere informazioni. Ed Hoffman è il suo supervisore a Washington. Mentre impiega le mani per far salire in macchina i figli o aiutarli a fare pipì, con un telefono senza fili fa la guerra, sacrifica vite umane, salva se può quella del suo compatriota, dal suo punto di vista salva ogni giorno il mondo. Usa le persone e non si fida di nessuno. Ha insegnato ai suoi a fare altrettanto ma Ferris sembra avere qualche scrupolo di coscienza. Soprattutto da quando si è alleato con Hani Salaam, capo dei servizi segreti giordani, per portare allo scoperto Al-Saleem, la mente degli attentati che stanno colpendo l’Europa.
Nessuna Verità è un film sulle diverse prospettive. Hoffman, Ferris e il giordano Hani sono su posizioni morali diverse; hanno preoccupazioni diverse -a Hani importa un controllo regionale sul suo feudo, a Hoffman preme un controllo globale-; corpi diversi: quello di Ferris è escoriato, arrabbiato (dopo il morso di un cane), trapassato dai frammenti di ossa di un amico che gli è esploso accanto, quello di Hoffman è appesantito, bolso, ripiegato su se stesso. I due protagonisti hanno soprattutto diversi sguardi: quello di Hoffman è uno sguardo dall’alto, mediato dalle telecamere, che si pretende onnisciente e obiettivo; quello di Ferris è uno sguardo dal di dentro, senza filtri se non quelli di un banale occhiale da sole, allo stesso livello del nemico o dell’alleato, non fa differenza. Su tutti campeggia quello di Ridley Scott, con una media di quattro o sei macchine da presa per set, riprese aeree e operatori appostati ovunque: un po’ Hoffman e un po’ Ferris, in fondo.
Dal romanzo del columnist del Washington Post David Ignatius, lo sceneggiatore William Monahan ha tratto una spy-story che rivede Leonardo Di Caprio, dopo The Departed, di nuovo nella parte di un personaggio che recita una parte e mette la sua vita come posta di gioco; al fianco, a margine o contro di lui ronza Russell Crowe, il camaleonte di Ridley Scott. Chiude il triangolo l’ottimo Mark Strong. Tre uomini con lo stesso obiettivo, un comune “body of lies”, tre diverse visioni e nessuna verità.
Grazie al montaggio di Scalia, già autore di Black Hawk Down, il film si muove fra cento locations senza smarrirci e ci fa rimbalzare a buon ritmo nel dedalo di bugie, dove “i tuoi nemici si vestono come i tuoi amici e i tuoi amici come i tuoi nemici”. Lo spettacolo è assicurato, rinnovato. Il film non dice, invece, quasi niente di nuovo sul fronte orientale, al punto che l’ambientazione passa in secondo piano, nonostante resti il motore delle ottusità sul campo di gioco. Certe ingenuità del personaggio di Di Caprio (mai dell’attore), certe insistenze sugli abiti ideologici di uno scontro prima di tutto d’interessi, certi passaggi narrativi quasi obbligati minano purtroppo il copione, come se di tutto l’esplosivo impiegato sul set qualche carica fosse rimasta in mano all’autore senza che se ne avvedesse, producendo qualche danno. Collaterale…

 

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