NinaNella calura estiva di una Roma desertificata una serie di figure appaiono e scompaiono ad intermittenza intorno a Nina, trentenne che divide le sue giornate agostane fra le lezioni di scrittura cinese e di musica lirica, alternando il ruolo di studentessa a quello di insegnante, e la cura del piccolo zoo domestico lasciato in città dai genitori di un amico: il cane Omero, il porcellino d’India Armando, i pesci di un acquario dal ronzio incessante.
Le giornate di Nina sono cariche di desideri e di domande al cielo, e vuote di punti di riferimento stabili: non ha un lavoro e non sa che cosa vuole diventare da grande, prova tutto il giorno a fare qualcosa senza mai riuscirci fino in fondo. La sua condizione di vita sospesa trova il palcoscenico perfetto nelle quinte metafisiche del quartiere Eur, il tono surreale delle sue giornate è riecheggiato all’infinito dalle ambientazioni alla De Chirico e punteggiato da occasionali evocazioni felliniane, vedi la coppia di suore che scivola via senza lasciare traccia.
Purtroppo anche il lungometraggio di esordio di Elisa Fuksas, figlia dell’architetto Massimiliano (doveroso specificarlo, visto quanto l’impianto visivo del film è influenzato dalla costruzione urbanistica), scivola in superficie senza andare in profondità, collezionando immagini di grande cura compositiva ma di scarsa risonanza interiore.
L’originalità della regia consiste soprattutto nella temerarietà che spinge i personaggi di Nina a confrontarsi con i margini dell’inquadratura, rapportandosi allo spazio orizzontale come ai confini di una scatola magica. Anche nell’uso consapevole delle luci (mai scontato nel cinema contemporaneo italiano) Fuksas rivela una ricerca espressiva non causale. Ma l’eccessiva attenzione alle forme, alle linee, all’edificazione di ogni singolo frame si trasforma presto in un’ossessione estetizzante sempre più desaturata di significato.
La ricerca esistenziale di Nina assume i non-colori e i decadentismi dell’ennui borghese, effetto cinematograficamente accentuato dai tanti riferimenti ai film anni Sessanta e alle ambientazioni anni Settanta (vedi gli arredi della casa in cui la giovane donna fa da animal sitter), provocando in chi guarda più irritazione che identificazione, soprattutto se chi guarda appartiene alla generazione precaria che ricorre a mille lavoretti per arrivare con fatica e umiliazione a fine mese, non per passare le giornate a rimpinzarsi di dolci costosi e a seguire lezioni (immaginiamo altrettanto costose) di cultura cinese.
Anche la collocazione al di fuori del tempo, ma fortemente sottesa di riferimenti alla Roma antica (i palazzi dell’Eur, già usati a questo scopo da Julie Taymor nel suo Titus, ma anche le tunichette di Nina in stile peplum), appare più come uno scollamento dal reale che come un’allegoria dell’immobilismo contemporaneo, proprio perché è una fuga resa possibile dal privilegio, invece che dettata dalla necessità.
Ed è la secondarietà di una necessità narrativa, subordinata a quella estetica, il tallone d’Achille di Nina. I dialoghi, volutamente straniati e stranianti, si riducono spesso ad enunciazioni programmatiche non dissimili dalla frase che la protagonista trova nel suo biscotto della fortuna, gli accadimenti sono rarefatti fino all’inazione, i rapporti fra i personaggi finiscono per risolversi in atti di onanismo con al centro il narcisismo naif della protagonista, che crea e allontana i ruoli di contorno a seconda del proprio capriccio… Fonte Trama

 

 

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