Luglio 1936. Due militari bavaresi in licenza, Toni Kurz e Andi Hinterstoisser, decidono di affrontare l’inviolata parete nord dell’Eiger in territorio svizzero, un’impresa considerata impossibile. L’ascensione, che ha inizio il 18 luglio, attira immediatamente le attenzioni della stampa dell’epoca e viene seguita anche dalla fidanzata di Kurz, giornalista. Il regime nazista, nella persona di Goebbels, decide di utilizzare i due come strumenti di propaganda per quanto nessuno dei due sia iscritto al partito. Le cordate però saranno due perché anche gli austriaci Edi Rainer e Willy Angerer hanno deciso di tentare l’impresa.
Chi ama le montagne e le scalate non può mancare questo film spettacolare che riesce, utilizzando in parte le location reali, a portare sullo schermo con grande efficacia un evento realmente accaduto restituendoci con meticolosa precisione le stato delle cose. Perché è alta l’attenzione filologica sui mezzi utilizzati per una scalata ritenuta talmente impossibile da far comunicare alle guide dal Comitato Centrale del Club Alpino Svizzero l’avvertimento che non sarebbero state ritenute responsabili se avessero rifiutato di andare in soccorso ad eventuali scalatori che si trovassero in stato di pericolo su quella parete. È così possibile fare un confronto con le differenze abissali che sussistono tra quel non lontanissimo passato e le tecnologie attuali.
Il film riesce inoltre a descrivere con efficacia la mai sopita rivalità tra tedeschi e austriaci grazie al rapporto, a tratti conflittuale, che si instaura tra gli appartenenti alle due cordate. L’impresa ebbe esiti tragici le cui dinamiche non vanno però svelate a chi non ne è a conoscenza perché, a loro volta, contribuiscono a offrire un quadro del sentire dell’epoca letto anche con lo sguardo dei mezzi di comunicazione allora disponibili non rinunciando a sottolineare l’uso che i regimi autoritari hanno sempre tentato di fare degli eventi del mondo dello sport. Non capita spesso di ‘sentire’ in maniera così diretta le emozioni di chi affronta la montagna e l’ama pur temendola. C’erano riusciti (tra i non molti) Fred Zinnemann nel 1982 con Cinque giorni, un’estate e, a tratti e con forti punte di maschilismo, Werner Herzog con Grido di pietra.

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