PaneelibertaPuglia, fine ‘800. Dopo la morte del padre, il piccolo Giuseppe Di Vittorio è costretto a lavorare come spaventacorvi assieme ai braccianti di Cerignola per sostenere i bisogni della famiglia. Sfruttato dai marchesi Rubino-Rossi, maltrattato dai padroni della terra, assiste impotente all’uccisione di un amico, colpevole di aver chiesto un pezzo di pane in più da mangiare. Malgrado la giovane età, comincia a fare tesoro dei dolori e delle perdite subite, e da semianalfabeta si trasforma poco a poco in un sindacalista rivoluzionario, difensore dei diritti dei lavoratori e della dignità umana. Bersagliere a Monte Zebio, comunista al fianco di Gramsci e Togliatti, combattente antifascista durante la guerra civile spagnola, incarcerato dai nazisti a Parigi e poi liberato dai partigiani, Di Vittorio è stato anche combattente tra le file delle Brigate Garibaldi. Ed ha continuato a lottare per l’unione di comunisti, socialisti e democristiani in un unico sindacato, la Cgil. Tra delusioni, ammutinamenti e piccole conquiste sociali, è riuscito a diventare segretario della Federazione Sindacale Mondiale, e a perseguire il suo ideale di libertà e uguaglianza fino alla morte.
Una vita incredibile che la memoria ha messo da parte troppo presto. La fiction di Negrin punta la macchina da presa sulle tappe formative di una delle personalità più importanti della storia del sindacalismo in Italia. Il regista evita accuratamente la spiccia filosofia da supereroe, e prende in mano la vita di Di Vittorio, prima spezzandola in piccoli pezzi che simboleggiano gli ostacoli da superare, poi ricomponendola in un racconto epico che ha la leggerezza della favola e il rigore di un racconto didascalico. Il protagonista ha il coraggio di Ercole e, come il mito romano, affronta con audacia e tempra le ‘dodici fatiche’ che il fato gli propone. A rendere ancora più commovente lo straordinario percorso di vita del ‘sindacalista della moto rossa’, ci pensa la musica di natura popolare di Ennio Morricone che accompagna le decisioni e i punti di svolta di Di Vittorio, attribuendogli una dimensione di ordine epico. La fiction diventa così un’opportunità per conoscere un personaggio rimasto nell’ombra ma che ha contribuito a rendere più giusta la condizione dei lavoratori, “perché i lavoratori non hanno colore, sono tutti uguali, hanno tutti lo stesso odore”.
Favino riesce a incarnare perfettamente la forza missionaria di Di Vittorio, il senso del dovere, l’amore per la cultura e la fiducia nell’intelletto, mostrandone pregi e difetti, compromessi avventati e scelte ponderate. Il resto del cast, dalla prima moglie Raffaella Rea al sindacalista riformista Francesco Salvi, si rivela un grande gruppo di lavoro che dà spessore e profondità psicologica alle vicende di un uomo del popolo che crede nel partito ma rimane estraneo a rovinose dinamiche di trasformismo politico. La sceneggiatura va oltre la semplificazione di una parabola e, pur sfruttando l’immediatezza di alcune frasi fatte, trova il tempo e il modo per offrire la complessità di un uomo, in tutti i suoi aspetti. Si guarda al passato per riflettere sul presente. Il film non risulta così un’affrettata operazione nostalgica ma funge da exemplum per capire le origini dell’attitudine civile che caratterizza, sempre meno, la società italiana. Un film che dice molte ‘cose di sinistra’, senza trucchi da vecchio populista, che non vuole colori o bandiere, ma parla a chi, ogni giorno, si sveglia presto per andare al lavoro…
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