Alice è un’affascinante farmacista, fissata con il cinema di Woody Allen. Single da tanto, troppo tempo, sembra destinata a non incontrare mai l’uomo giusto, nonostante la sua famiglia, invadente e protettiva, non faccia che combinarle incontri che non ottengono successo e la gettano sempre più a capofitto nella disperazione. Una sera, però, in occasione di una festa a casa del padre, Alice conosce Victor, un esperto di allarmi che non ha mai visto un film di Allen: un essere così diverso da lei che non può non incuriosirla.
Esordio nel lungometraggio della francese Lellouche, il film non pare far tesoro della miglior tradizione del cinema sentimentale transalpino ma sembra piuttosto incaponirsi a voler fare di alcuni titoli di Allen il suo modello. Un’impresa sconsigliabile e responsabile, non a caso, delle tante zavorre che trattengono il film dal raggiungere la leggerezza di prodotti simili ma più originali e raffinati.
I dialoghi della protagonista con il poster del regista newyorkese – che, nelle intenzioni della regista, dovrebbero fare il paio con le disquisizioni sull’amore dello stesso Allen e di Humphrey Bogart in Provaci ancora Sam – suonano infatti come simpatiche prove di sceneggiatura che non avrebbero dovuto superare una necessaria revisione. A salvare il film, prima della sorpresa finale, obiettivamente notevole, è soprattutto l’alchimia del cast. Tanto la Taglioni e Bruel, nei panni di Alice e Victor, quanto gli interpreti della sorella e del cognato (Louis-Do de Lencquesaing, lui sì sempre più leggero ed eclettico) e dei genitori, descrivono un gruppetto di famiglia e uno spaccato sociale credibile, un milieu nel quale trattenersi oltre tempo nei sogni d’infanzia non è insolito, così come non lo è vivere ostinandosi a non vedere ciò che è sotto i propri occhi, ricoperto soltanto dalle premure dell’affetto e da quelle dell’apparenza. L’età dei personaggi fa il resto, temperando il romanticismo con qualche traccia di acidità e allontanando il film dalla commedia americana standard per avvicinarlo ad un altro recente (ma superiore) debutto europeo, Ciliegine.
Paladina di una sorta di cinematerapia, Alice cura i suoi pazienti a colpi di dvd anziché di medicine, con un titolo d’autore per ogni malessere da allontanare, ma l’idea, di per sé brillante, non va oltre lo sketch e finisce nel mucchietto delle trovate non approfondite. Altrove, invece, Paris, Manhattan sembra prendersi in giro da sé, più che mai quando basta udir citare Cole Porter perché la protagonista si sciolga e l’autrice si risparmi in questo modo qualsiasi fatica drammaturgica…
Versione: BDRip – Qualità V:9.8 – A:9.8

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