Ancora una volta diventa necessario, e non per fare i bastian contrari per partito preso, distinguersi da buona parte delle recensioni della prima ora. Chi scrive non ha fatto parte degli incensatori acritici di La vita è bella. Lo ritenevo e lo ritengo un film a due teste, con un primo tempo sfilacciato e retorico e un secondo tempo rigoroso ed efficace, tanto da dover richiedere rimaneggiamenti sostanziali per la circuitazione all’estero.
Dinanzi invece ai dubbi e alle perplessità variamente articolate di fronte a quest’ultima prova di Roberto Benigni credo che invece la risposta non possa che essere: questo è il primo vero film dell’attore regista toscano. Perché qui, per la prima volta, la macchina-cinema gira a pieno ritmo e ogni professionalità viene lasciata esprimere nella giusta misura. A partire dallo stesso Roberto che finalmente contiene la sua prorompente personalità di attore ponendola totalmente al servizio del personaggio.
Perché allora Pinocchio è stato letto con sguardo accigliato? Perché in Italia la lente deformante della politica sembra essere ormai l’unico filtro agli accadimenti. Se il Foglio decide a priori che ogni respiro dell’attore toscano è un insulto all’umanità perché a sinistra si è storto il naso?
Non è indispensabile amare Berlusconi per farsi venire il sospetto che l’attacco sia legato al fatto che sia Medusa (dopo il fallimento di Cecchi Gori) a distribuire il film, che Benigni abbia riconosciuto pubblicamente la professionalità del gruppo e che, fatto ancor più ‘grave’, il gatto e la volpe non assomiglino a Taormina e Previti o che il Giudice non sembri Castelli. Il nostro provincialismo, fatte le ovvie e debite eccezioni, sembra ormai così radicato che la mancata ‘attualizzazione’ diventa una colpa. Per un film che punta, come è giusto che sia, al mercato internazionale invece non può essere che un pregio.
Benigni non poteva non diventare Pinocchio dopo aver fatto l’ultimo regalo di un sorriso (prima di quello della vita) al figlio nel finale di La vita è bella camminando come un burattino mentre andava a morire. Pinocchio era lì che spingeva per nascere e non era possibile trattenerlo. È un Pinocchio dalle fattezze di adulto il suo, a ricordarci che dentro di noi i personaggi universali restano sempre vivi perché sanno toccare le corde dell’umanità indipendentemente dall’età. È un Pinocchio a cui le luci di Dante Spinotti e le scenografie e i costumi dello scomparso Danilo Donati conferiscono vivacità, tenerezza e commozione (guardate Pinocchio azzoppato nel circo o la morte di Lucignolo). È un Pinocchio a cui la Fata Turchina (una Braschi distante anni luce dalla presenza distaccata della Lollobrigida del film di Comencini) sa dare fiducia senza risparmiare il rimprovero, magari solo con lo sguardo. Ma è, soprattutto, un Pinocchio consapevole che l’ultima battuta pronunciata dal personaggio nel libro “Com’ero buffo quand’ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!…” non è più una bugia. È qualcosa di peggio: è una menzogna che Pinocchio dice a se stesso per accettare la sua nuova condizione. Godetevi allora il finale e non fatevelo raccontare da nessuno. Il Pinocchio che è in voi, se il Grillo Parlante non è ancora riuscito a sopprimerlo, ne gioirà… Fonte trama

 

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