Agli inizi degli Anni Settanta lo scienziato comportamentista Herbert Terrace della Columbia University, stabilito che il 98,7% del DNA degli esseri umani e degli scimpanzé coincide decide di cercare di provare che sia possibile insegnare loro un linguaggio (quello dei segni) in netto contrasto con la teoria di Noam Chomsky il quale sostiene che solo gli uomini siano in grado di utilizzare un codice linguistico. Per fare ciò avvia quello che chiama il “Project Nim” dal nome dato al piccolo scimpanzé che, sottratto in cattività alla madre, viene assegnato a una famiglia che però risulta essere impreparata ad accoglierlo. Nim viene quindi trasferito in una casa di campagna fuori New York dove si prosegue con l’esperimento che però non darà i risultati sperati.
James Marsh (vincitore dell’Oscar con il documentario Man on Wire) ottiene con questa docu-fiction (alcune situazioni sono messe in scena ad hoc con attori ma le interviste e moltissime riprese sono originali) un duplice risultato. Da un lato ricostruisce un clima (quello della stagione hippy e delle innumerevoli nuove teorie su tutto lo scibile umano) e propone ad animalisti e non il percorso di un primate che diventa cavia di un esperimento che finisce con il procurargli altrettanto dolore (anche se non fisico) di quelli messi in atto per testare alcuni farmaci. Dall’altro (con uno sguardo che fonde emotività e razionalità) ci mette di fronte ad interrogativi ancora più complessi. Perché in definitiva Marsh è più interessato al comportamento degli esseri umani che hanno avuto contatto con lo scimpanzé che non a quello di Nim. Scava nei volti e nei gesti per fare riemergere, a distanza di decenni, gli echi di un’esperienza che ha finito con il provocare in loro un profondo disagio. Perché hanno fatto sì che l’animale provasse per loro dei sentimenti ‘umani’ per poi farselo sottrarre in nome della scienza destinandolo in definitiva a una cattività lontano dalle loro cure. E’ a questi uomini e donne ormai non più giovani (e ripresi tutti nella stessa location) che Marsh fa dire quanto la ‘leggerezza’ di un’utopica ricerca sia stata fatta pagare a un essere che con il suo sguardo e le improvvise rabbie comunica con le nostre coscienze molto più che con un impossibile linguaggio dei segni…

 

 

 

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