Nato da una delle molte scappatelle di Zeus con una mortale e cresciuto da un’umile famiglia di pescatori, Perseo è un vero eroe proletario che sogna di sovvertire l’ordine naturale delle cose andando a combattere gli dei stessi. Siccome non è l’unico mortale a pensarla così, il padre degli dei, aizzato dal fratello Ade che intanto mira a fargli le scarpe, decide di ricordare agli umani il suo potere liberando la più grande delle piaghe prese in prestito dalla mitologia nordica: il Kraken. L’unico modo per evitare che la creatura degli abissi distrugga la città di Argo è sacrificare Andromeda, figlia del re, che la stessa madre ha definito “Più bella di Afrodite”. Quando si dice “cercarsela”. Perseo però non ci sta e unitosi ai valorosi guerrieri di Argo vuole trovare un modo di sconfiggere il mostro.
Dopo 29 anni Scontro tra titani torna al cinema con il medesimo disprezzo per la mitologia greca, i medesimi semplicismi, la medesima truffa nel titolo (ma dove sono i Titani?) e un’immutata voglia di fare baccano senza fare senso.
Di diverso c’è l’atteggiamento del protagonista, una volta fiero di essere un semidio e inorgoglito dai doni celesti e adesso incattivito contro un padre padrone (incarnato da un Liam Neeson ai minimi storici di carisma) e la sua razza di privilegiati. Il Perseo del 2010 è dunque dalla parte del popolo: “Ho scelto di essere solo un uomo”, dice rinnegando a parole la sua natura semideistica: Per accontentarlo dunque il regista non lo manda più in giro da solo ma gli affianca un piccolo plotone di rivoluzionari, più una donna palestratissima (Gemma Arterton), molto utile per gli stacchi sull’espressione sognante.
Tra scorpioni che emergono dalla sabbia al rallentatore come fossero Transformers, una Medusa che ricorda quella della serie di God Of War e una visione dell’Olimpo che sembra arrivare dal Superman di Richard Donner, il nuovo film incautamente affidato a Louis Leterrier (e al team creativo dietro Aeon Flux) porta a casa il risultato senza guizzi e senza la decenza dell’onestà.
Non solo Scontro tra titani crolla totalmente quando si tratta di creare immagini originali (tutto viene da qualcos’altro, specie dagli effetti speciali originali di Ray Harryhausen) ma in più di un’occasione ha l’arroganza di porsi su un piedistallo, ad esempio facendo gettare via ad un certo punto il gufo meccanico del primo film (uno degli elementi più ingenuamente kitsch cui spettava il compito di alleggerire comicamente), salvo poi prevedere ben due personaggi-macchietta a svolgere il medesimo ruolo.
Al massimo della presunzione questo nuovo Scontro tra titani, nato vecchio e (cosa ancora peggiore) pompato con un 3D posticcio utile solo a spillare un po’ più di soldi, vorrebbe addirittura trovare una vaghissima legittimazione intellettuale con il colpo di coda finale affidato a Ralph Fiennes, cui spetta la frase cruciale (ovviamente escludendo il classico “Liberate il Kraken!” pronunciato con enfasi esagerata): “Gli dei traggono forza dalla debolezza degli uomini”. Quando si dice cambiare tutto perché non cambi nulla…

 

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