Scream4Quindici anni dopo gli efferati omicidi di Woodsboro, Sidney Prescott è diventata una scrittrice di successo grazie a un romanzo che racconta la sua esistenza tormentata dai serial killer, mentre Stab, la serie di film horror ispirata a quei delitti, è ormai una saga interminabile piena di cliché e di allusioni. Woodsboro è tornata ad essere una tranquilla cittadina, dove vivono serenamente lo sceriffo Riley e sua moglie Gale Weathers, oltre che la cugina adolescente di Sidney, Jill. Ma alla vigilia del ritorno in città della giovane eroina per la presentazione del suo romanzo, qualcuno pare determinato a compiere nuovi massacri indossando ancora una volta la maschera di Ghostface.
Diceva Marx che la Storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Nel caso del mondo a scatole cinesi della (ex)trilogia di Scream, questa massima del materialismo storico veniva confusa e dissestata fin dall’inizio da un edonismo cinefilo, un piacere che accettava ed esibiva l’infinita ripetitività delle storie horror mescolando farsa e tragedia, sangue e risate, paura e parodia. I primi tre film concepiti da Kevin Williamson (il creatore della serie tv Dawson’s Creek) e diretti da Wes Craven (il padre di Freddy Krueger e del ciclo Nightmare) affilavano le proprie lame sulle ferree regole del genere, per poi giocare coi coltelli di gomma della postmodernità, fra continui ammiccamenti ed eterni ritorni dell’uguale. Da questo punto di vista, la trilogia originale costituiva un perfetto circolo chiuso della cultura giovanile di fine anni Novanta, dove la sovraesposizione del cliché e il rodaggio della nuova serialità televisiva erano a beneficio unico dello spettatore.
Dieci anni dopo molte cose sono cambiate, a cominciare dal fatto che i giochetti metalinguistici e autoreferenziali sono ormai divenuti una norma e che ulteriori cloni e parodie tratti da Scream (come la saga demenziale di Scary Movie) hanno portato a un eccesso di consapevolezza nello spettatore.
Ecco così che riaprire il ciclo in un nuovo decennio, per Craven e Williamson non significa solo riscoprire i meriti della loro saga, ma anche riflettere sulle proprie colpe. In Scream 4, i ragazzi protagonisti non guardano più vecchi film horror in tv come nella trilogia originaria, ma derive autoironiche come L’alba dei morti dementi, e organizzano maratone della saga-simulacro Stab citando le battute a memoria. Certo, la sfiducia nelle nuove generazioni è una costante di tutta la serie: ma se nel primo film si esorcizzavano i demoni di una gioventù che confondeva realtà e finzione (“La vita è un film, solo che non puoi scegliere il genere”), qua si ironizza il più possibile su una generazione ben più smaliziata e assuefatta a violenza e omicidi, che sa che quel che importa non è più “vivere” un film horror, ma riprenderlo e trasmetterlo in diretta.
Nel mettere in parallelo la storia di Sidney con quella della giovane cugina Jill, Scream 4 racconta in fondo proprio questo conflitto fra due epoche dell’horror: un horror allusivo, “analogico” e piacione ma non più giovane, contro un nuovo horror più sensibile alla nuova forma di celebrità dell’era 2.0 che alla vista del sangue. Ecco perché, più che come un nuovo sequel, Scream 4 si pone come un remake del primo film della serie: un anomalo reboot aggiornato all’epoca di webcam, smart phone e videoblog, eppure al tempo stesso consapevolmente fuori dal tempo. Se lo sguardo sulla contemporaneità e le sue passioni tecnologiche viene infatti perfettamente inserito nella narrazione, meno lo è il senso retrospettivo e un po’ reazionario di un’operazione-nostalgia sui “mitici anni Novanta”, in cui Craven si impegna più a scagionarsi con ironia dalla deriva intrapresa dal new horror che a tentare di riformarne il senso.
Se è vero che i tempi sono cambiati, lo stesso non si può dire per le regole del genere che, impegnate a determinare il trionfo delle vecchie generazioni sulle nuove, dimenticano di costruire scene di tensione meno svogliate e una paura più genuina. A parte questo, Scream 4 resta il migliore dei remake possibili, un gioco che deve anche al diaframma nostalgico e all’accumularsi di nuovi elementi una certa godibilità. Speriamo solo che dopo farsa e tragedia, non resti solo l’orrore.. Fonte trama

 

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