Washington, aprile 1865. Frederick Aiken è un ufficiale dell’esercito nordista, sopravvissuto alla Guerra Civile e deciso a vivere e innamorarsi in una nazione finalmente unita. Avvocato in tempo di pace, è chiamato a difendere davanti a un tribunale militare Mary Surratt, accusata di complicità nell’assassinio di Abramo Lincoln. Proprietaria di una pensione, supposto luogo della cospirazione, e madre di John Surratt, amico e frequentatore di uno dei sette uomini coinvolti nello scellerato delitto, Mary si dichiara innocente e chiede per sé un processo imparziale. Frederick, riottoso ad accettare la nomina di avvocato difensore e fermamente convinto della colpevolezza di Mary, nondimeno avvia la sua indagine e prepara difesa e arringa. Resistendo alla requisitoria e ai metodi poco ortodossi del pubblico ministero, il giovane avvocato si appassiona alla causa e a quella sua cliente, innocente fino a prova contraria. La ricerca della verità nel rispetto della Costituzione, gli alienerà gli amici e gli indicherà i nemici dentro un paese sull’orlo del collasso e dell’isterismo.
Alla maniera di Jim Garrison, procuratore ostinato nel JFK – Un caso ancora aperto di Oliver Stone, Frederick Aiken affronta il cuore nero e rivelatore della politica americana. ‘Legali’ all’indomani dell’assassinio dei loro presidenti, Garrison e Aiken incarnano una ribellione che si riverbera in una presa di coscienza individuale, in lotta con le istituzioni e contro un establishment che consuma il crimine ai danni di un individuo, colpevole o innocente, nascondendosi dietro l’iter ipocrita della giustizia. L’avvocato colonnello di James McAvoy proverà allora, nell’America infiammata di Via col vento, a restituire un frammento di innocenza alla collettività, che fuori dall’aula precipita nel caos emotivo prodotto dalla morte di Lincoln, avvocato degli umili, Presidente degli (afro)americani, punto di accumulazione di interrogativi da ricomporre.
Quattro anni dopo Leoni per agnelli, Robert Redford realizza un courtroom drama che trova nel confronto con la tradizione il terreno fertile per interrogare la storia e la coscienza americana. A partire da questa considerazione si chiarisce la classicità di Redford: nell’affinamento di un linguaggio che si vuole il più possibile conforme al proprio oggetto. Per questo non bisogna sottovalutare il ricorso al genere giudiziario. Dietro la parvenza rassicurante del già visto scorre una visione confacente a una precisa idea di cinema. Robert Redford, che è stato sullo schermo il giornalista irriducibile di Alan Pakula, condannato a urtare contro gli ostacoli frapposti alla rivelazione dello scandalo Watergate, si presta perfettamente a diventare il testimone della corruzione del sogno americano. Procedendo col passo greve e dolente della tragedia, The conspirator è la densa ricostruzione dell’indagine condotta da un giovane avvocato intorno all’assassinio di Abramo Lincoln, che denuncia l’impossibilità di avvicinare anche la più piana delle verità. Cortocircuitando realtà e finzione, passato e presente, cospiratori di ieri e terroristi di oggi, Redford dichiara l’illusione democratica, puritana e liberale del ‘giusto processo’, articolando il suo film attraverso due fronti: al di qua e al di là del confine più che simbolico rappresentato dalla sbarre della prigione e dalla linea retta che separava Nord e Sud, tagliando in due il Paese. Su quel confine si incontrano per un attimo un unionista e una confederata, un avvocato e una cliente, un figlio e una madre in un mutuo scambio di salvezza che non scamperà la Mary di Robin Wright ma convertirà Frederick Aiken al giornalismo, impiegandolo come city editor del Washington Post, il quotidiano per cui scriveva il Bob Woodward di Redford in Tutti gli uomini del presidente. A clamorosa e geometrica dimostrazione di un percorso professionale e politico incline a produrre istanze come la battaglia contro il pregiudizio o la riaffermazione dei principi fondamentali sanciti nella costituzione della (sua) nazione. Puntando il dito contro ‘l’uomo di fiducia’ degli States, contro le inerzie, le complicità e le rinunce di una giustizia che si vorrebbe giusta mentre impicca e inabissa i suoi nemici, il regista pone al centro dell’aula l’intervento individuale e la relazione tra il potere assoluto e il diritto alla vita del singolo. E all’iconoclastia di Obama oppone lo ‘spettacolo’ della pena capitale. Obiezione accolta. Fonte Trama

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