Baghdad 1987. Il giovane Latif viene ingaggiato dal figlio maggiore di Saddam Hussein, Uday, suo vecchio compagno di scuola, per fare il suo sosia, sostituirlo ogni volta che lui glielo chiede e magari beccarsi una pallottola al suo posto. Non è una proposta, è un ordine. Seguendo il suo padrone, uno psicotico arrogante, malato di sesso e di sadismo, Latif penetra un mondo di pochi dove all’opulenza e all’abbondanza senza fine di denaro e potere corrisponde un vuoto morale vertiginoso, ma che tiene in scacco un intero paese con la violenza e la paura.
Il regista Lee Tamahori non va per il sottile e gira il suo pamphlet come un gangster movie, o forse viceversa. Il secondo caso, quello cioè che alla base ci sia il desiderio di un confezionare un film di genere e l’ambientazione non sia che accessoria, quanto il primo, non sollevano The Devil’s double dalla legittima accusa di gestire grossolanamente la rappresentazione storico-sociale alla base del soggetto, perché la verità è senza dubbio atroce ma la strumentalizzazione facile e in agguato (in fondo, per trovare un super cattivo non era strettamente necessario andare fino in Iraq).
Tratto dal libro autobiografico dello stesso Latif Yahia, girato totalmente in inglese, a Malta, con una Ludivine Sagnier poco credibile su tutti i fronti, dalle caratteristiche del suo personaggio a quelle del copione laddove lo concerne, il film si macchia, come se non bastasse, anche di qualche sequenza di dubbio gusto, quando per esempio commenta, nel montaggio, le immagini di Baghdad bombardata (le stesse confuse immagini notturne a cui ci abituò all’epoca la trasmissione satellitare televisiva…) con una musica danzereccia un po’ troppo entusiastica.
A salvare il film dall’istinto di una sbrigativa archiviazione c’è però la performance piuttosto straordinaria di Domic Cooper nei panni tanto del diabolico Uday, un pazzo furioso a cui nessuno osava disobbedire, quanto del suo sensibile doppio. Tutto risate isteriche e ipereccitamento da cocaina, capace di perpetrare sulle donne le peggiori efferatezze e di freddare i suoi stessi sodali, il primo; soldato coraggioso, figlio devoto e fratello rispettoso, il secondo, che prova allo specchio la parte dell’altro come se fosse un personaggio inventato da un tragediografo in vena di esagerazioni. La doppia interpretazione dell’attore inglese, ai due estremi dello spettro morale, non è fatta di sfumature ma è fisicamente e psicologicamente efficace. “Tutto il resto è storia”, dice il cartello finale. O, più realisticamente, la versione che ce ne danno…

 

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