Dalla Londra in cui vive con il figlioletto di tre anni e una governante, l’avvocato Arthur Kipps si reca per conto del suo studio legale in uno sperduto villaggio della brughiera inglese al fine di sbrigare alcune questioni legate a Eal Marsh House. Che la tetra e isolata magione spaventi a morte gli abitanti del luogo appare subito chiaro dalla diffidenza dimostratagli così come da una diffusa ritrosia a parlare di una spaventosa leggenda temuta da tutti. A sue spese, Kipps decide di andare a fondo in un groviglio di paura e dolore in cui le apparizioni di una donna in nero sembrano strettamente connesse alla morte improvvisa di alcuni bambini.
Occasione sulla carta ghiottissima, considerato il redivivo marchio della gloriosa Hammer Film Productions e quel sottogenere gotico di cui persegue suggestioni visive e ossessioni tematiche, The Woman in Black entra nel troppo lungo novero delle opportunità sprecate a causa di una messa in scena inespressiva quando non francamente scialba. Ispirata all’omonimo romanzo di Susan Hill, già portato con successo sul piccolo schermo per la regia di Herbert Wise (1989) e adattato anche per la radio e per il teatro, questa storia di fantasmi, colpe e vendette può contare ancora una volta su una cornice visivamente attraente cui la materia narrativa non riesce però ad aderire. A mancare, difatti, è una dimensione cinematografica specifica in cui la prevedibilità della ghost story possa essere cancellata da una folgorazione, da una deviazione inaspettata, da una reale caduta nell’orrore.
Più che ritmo c’è stanca giustapposizione di sequenze, più che ad una reale progressione drammatica assistiamo ad un accumulo di informazioni, come se la regia di David Watkins – la cui opera prima Eden Lake faceva meglio sperare – si limitasse ad illustrare il copione di Jane Goldman senza provare ad interpretarlo, accrescendo inoltre la sproporzione tra il basico racconto e la pregnanza figurativa.
Probabilmente un protagonista più carismatico, come non pensare a Johnny Depp in un simile sfondo, sarebbe riuscito a dare maggiore solidità, sebbene non si tratti solo di credibilità dell’interpretazione quanto di una più profonda e indefinibile affidabilità fisica. Pochi altri interpreti sono tenuti in ostaggio dalla propria immagine come il volenteroso Daniel Radcliffe: anche sotto la barba fatta crescere ad hoc su un personaggio di padre tormentato dalla morte della moglie fa capolino, infatti, il volto del maghetto Harry Potter, uno di quei ruoli così forti da riuscire a costituire il “complesso di colpa” di un’intera carriera.. Fonte trama

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