Holly ed Eric non si possono frequentare. Ci hanno provato con un appuntamento combinato da una coppia di amici comuni, ma la serata non è nemmeno iniziata che già in macchina litigavano. L’unico motivo che hanno per vedersi è per l’appunto l’amicizia comune con una coppia rodata di neogenitori e l’affetto per la di loro figlia. Proprio tale attaccamento fa sì che quando i suddetti genitori muoiono in un incidente d’auto, loro scoprano di essere stati designati come affidatari della bambina nel testamento dei due. Accettare l’incarico vuol dire vivere insieme fino al suo diciottesimo compleanno, sfida non facile per due che non si piacciono nemmeno un po’ ma che, una volta accettata, riserverà le consuete sorprese.
Le commedie sentimentali condite da battaglia dei sessi sono un genere a sè. Un genere principalmente hollywoodiano che si nutre di attori. E non solo perchè nel momento in cui la guerra verbale necessita del supporto del linguaggio del corpo per ambire a una dimensione più alta, l’attore diventa fondamentale, ma anche perchè per il proprio pubblico di riferimento il genere basa il suo fascino sull’immedesimazione.
Katherine Heigl con Tre all’improvviso infila la sua quinta commedia sentimentale di ambito nuzial-familiare di seguito (se si contano anche l’esordio sui generis di Molto incinta e la variazione action di Killers, da noi inedito), confermandosi uno dei volti e dei corpi cinematografici che meglio riescono ad intercettare il gusto e ritrarre i sogni di immedesimazione femminile odierni. Anche stavolta infatti l’ex Grey’s anatomy è bella e sobria, dotata di un sex appeal più basato sulla classe e lo stile che sull’irruenza sessuale (come invece preferirebbe il pubblico maschile) e, benchè insicura e per questo maniaca del controllo, lo stesso capace di superare le endemiche incertezze per conquistare il sogno della famiglia e soprattutto l’uomo che solo lei, al contrario del suo pubblico, non capisce essere ideale (nonchè dotato, lui sì, di una bellezza dalla sessualità irruente). L’attrice però ha l’indubbio merito di essere riuscita a creare un carattere a sè, imponendo la sua fisicità e le sue caratteristiche sulla maschera classica. Le sue donne non sono come al solito più risolute e sicure degli uomini, sembrano solo aspirare ad esserlo, e l’effetto comico nasce proprio da come cerchino di nascondere quei dubbi e quelle ansie che invece l’avvicinano al reale (o quantomeno al verosimile).
Certo i due (Heigl e Duhamel) non brillano per alchimia, nè i loro battibecchi hanno i guizzi che dovrebbe avere una battaglia che si prefigge lo scopo di generare senso e parlare delle dinamiche uomo/donna contemporanee; tuttavia l’aderenza così smaccata della protagonista a un universo di solitudine, insicurezza e disperate strategie difensive, la rendono stranamente adatta a rappresentare la modernità. Almeno più delle sue colleghe solo vagamente imbranate e mai dotate di quella folle risolutezza (vedasi a tale proposito il delirio di I love shopping) che solo la disperazione femminile è in grado di scatenare.
Ma Tre all’improvviso, diversamente da 27 volte in bianco o La dura verità, sembra cercare una strada meno consueta all’interno del più scontato dei percorsi. La perturbazione dell’equilibrio iniziale del racconto avviene infatti a metà film, lasciando gli altri consueti due atti compressi nella seconda metà, e utilizzando la sproporzione narrativa per creare un’affezione ai personaggi più forte e radicata del solito. Benchè le psicologie individuali non abbiano nulla che necessiti di una quantità di tempo maggiore del solito per essere sviscerate, è semmai il loro classico rapporto di attrazione fondata sul conflitto ad essere ripassato più volte, con il risultato (voluto e cercato) di un maggiore coinvolgimento del pubblico maschile nei problemi di coppia…
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