Andrea è giovane, ricco e mantenuto dagli assegni in bianco di una madre algida e schiava delle buone apparenze. La sua vita attraversa continue notti mondane in compagnia della bella fidanzata Livia, ballerina con problemi di bulimia, e del migliore amico Tommaso, organizzatore di grandi feste a sorpresa e di festini alcolici. Alla vigilia del suo ventottesimo compleanno, riceve una lettera da parte del padre, che gli annuncia di essere prossimo alla morte in un letto d’ospedale a Nairobi. Più per noia e curiosità che per reale affetto verso una figura scomparsa nel nulla venti anni prima, Andrea decide così di partire per il Kenya, dove trova ad accoglierlo una volontaria italiana pronta a fargli sapere che suo padre ha avuto un figlio con una donna locale e che, dopo la morte di lui, ne diventerà l’unico parente responsabile.
Quanto pesano le colpe dei padri sui figli e quelle dei fratelli maggiori sui minori? In che misura possono incombere le responsabilità genitoriali e quelle fraterne su una giovane coscienza? Difficile non pensare a una questione di oneri familiari e desideri di espiazione riguardo a un film come Un altro mondo, opera in cui testo e paratesto, racconto e biografia del suo giovane autore paiono latentemente intrecciarsi. Alla seconda regia, Silvio Muccino sembra infatti volersi caricare delle colpe di una generazione considerata ignava, superficiale e viziata, così come dei mali di un cinema intimista e vacuamente cerebrale, di cui il fratello maggiore è stato per anni ritenuto quasi la figura eponima. La necessità, in quanto autore-attore, di trasformarsi in due personaggi radicalmente opposti, eppure così simili nel bisogno di dimostrare la propria autarchia (in Parlami d’amore, un orfano bohémien romantico e tormentato; qui, un ricco insensibile in crisi esistenziale), pare procedere di pari passo con il desiderio di riformulare un cinema dalle ambizioni e dai contenuti più alti, più universali, non semplicemente destinato a contare i passi che separano la cucina dalla camera da letto.
A questo proposito, il film segue tre movimenti ampi e differenti: una lunga introduzione dove scopriamo la vita dissoluta di Andrea, il suo disagio e le sue inquietudini accompagnati da un montaggio veloce e dalla sua voce fuori campo; una seconda parte dedicata al viaggio in Kenya alla scoperta del fratellastro Charlie, dove invece lo stile si fa più duro, di taglio realistico, e predominano la macchina a mano e i colori saturi; e infine l’ultima parte, quella in cui Andrea inizia la sua vita a Roma con il piccolo e, al ritmo di una playlist accattivante e di un montaggio ellittico, scopre la propria vocazione affettuosa alla paternità e alla fratellanza.
La frase di lancio pronunciata dal personaggio di Maya Sansa (“Le cose non cambiano mai, cambiamo noi”) diviene tuttavia anche il metro per misurare tanto l’altezza delle aspirazioni poetiche di Muccino, quanto la profondità del loro insuccesso. Un altro mondo rivela la grande ambizione di voler vedere lo stesso mondo attraverso altri occhi, raccontando un’ordinaria storia di maturazione-redenzione in cui quello che manca è proprio uno sguardo rinnovato, la possibilità di guardare l’evoluzione del percorso di vita di un uomo attraverso un effettivo progresso nelle modalità del narrare. Invece, Muccino guarda ad About a Boy, ma senza ironia, riproponendo tutti i cliché relativi a quell’enorme insieme di figure del cinema americano folgorate dall’umanesimo che va dai personaggi di James Stewart nei film di Frank Capra a quelli di Tom Cruise in Rain Man e Jerry Maguire (quest’ultimo, citato anche attraverso la canzone di Springsteen “Secret Garden”).
Frasi già sentite, musica già ascoltata, immagini già viste sono il problema principale di un film che nelle intenzioni e nelle implicazioni umanitarie è molto di più di un banale romanzo di formazione. Al Muccino-regista manca in definitiva quella stessa rabbia che caratterizza i personaggi interpretati dal Muccino-attore e che non gli consente di creare né un appello-manifesto per le nuove generazioni, né un colpo ben assestato alle tendenze melodrammatiche del cinema medio italiano. Non c’è bisogno di invocare un altro mondo per proporre un altro cinema. Basta un po’ più di audacia…

 

Versione: DvdRip – Qualità V:10 – A:10
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