UngiocodaragazzeElena Chiantini e le sue amiche Michela e Alice sono le bad girl di un prestigioso liceo privato. Figlie viziate di ricchi imprenditori, hanno come modello Kate Moss e Paris Hilton e si atteggiano ad adulte assumendo pose spregiudicate sotto le strobo e l’effetto di ecstasy, cannabis e cocaina. Annoiate dalla quotidianità, dai genitori e dalle istituzioni, non accolgono di buon grado l’arrivo di un nuovo professore, un giovane idealista deciso ad aprire gli occhi e le menti dei suoi alunni con le letture di Philip Roth e J.D. Salinger. Elena, che del gruppetto è la leader indiscussa, decide di coinvolgere l’insegnante in un gioco pericoloso.
Un gioco da ragazze, che sembra essere la risposta borghese al proletario Albakiara, si propone di analizzare il lato oscuro degli adolescenti contemporanei ma finisce per essere fuorviante. La condizione privilegiata delle giovani protagoniste ritratte a colpi di cliché – sono tutte ricche, belle, magre, stupide, tossiche e anoressiche – potrebbe indurre in tentazione le ragazzine che nel mondo reale sognano una vita diversa leggendo i gossip sulle stesse eroine di Elena, Michela e Alice. La realtà raccontata da Matteo Rovere rappresenta oltretutto una piccolissima percentuale dell’adolescenza italiana che non conosce il lusso di domestici, cani con pedigree, scuole private e feste inondate da champagne. La vita di borgata, quella che più spesso finisce sulla pagina della cronaca e in rete – con i filmati di violenze carnali, mobbing e atti vandalici – non sarebbe stata altrettanto cinematografica, probabilmente. La scelta di “imbellettare” la violenza e la perversione giovanile attraverso uno scenario sfarzoso della provincia benestante risulta perciò diseducativo e altamente pericoloso. Lontano dai crimini sessuali di John McNaughton, dalle cattive ragazze di Mark Waters e da quelle interrotte di James Mangold, lontano dalle crudeli intenzioni di Roger Kumble e dalle regole dell’attrazione di Roger Avary (che pure sembrano aver offerto un immaginario ideale al regista romano), il film di Rovere è un gioco fine a se stesso che si abbandona alla bellezza della fotografia e dell’elegante contorno scenico. Tingendo di nero le ultime battute lascia in sospeso le sorti delle protagoniste senza offrire alcuna soluzione al malessere sociale né l’ombra del pentimento sui volti acerbi delle tre ragazzacce.. Fonte trama

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