Salvatore è un bimbo lucano che ama sognare. Nella terra dei “basilischi” negli anni Sessanta dove la gente mormora, lui ha capito il valore del suo sogno: aprire un cinema nel suo paese. Per realizzarlo calpesterà la morale di un padre comunista e rigido, che al posto di fargli vedere Maciste e i peplum del tempo gli impone di leggere Marx ed Engels. Aiutato dai suoi compagni di giochi, Salvatore cercherà di avere il suo “cinema Paradiso” ma per farlo dovrà attraversare anche il suo piccolo grande inferno.
Giuseppe Papasso per l’esordio al cinema di finzione sceglie un cambiamento drastico: da documentarista di lungo corso (Berlino: il muro della vergogna) a una favola di cinema e sul cinema ambientata in un tempo andato, il 1964 del Concilio Vaticano, della morte di Togliatti e dell’espansione delle sale parrocchiali, note storiche per rendere verosimile la favola lucana.
Tutti i racconti di fantasia si aprono con i “c’era una volta” o “i tanto tempo fa”: traducete questi cliché in immagini e potrete vedere visi meravigliati di gente al cinema, musiche magniloquenti alla Morricone di Nuovo Cinema Paradiso o le camminate di una Malena che squarciano il bigottismo degli uomini provincialotti.
I padri artistici dichiarati di Papasso: Tornatore, Truffaut e il Salvatores di Io non ho paura si sentono troppo e Un giorno della vita, pur se sincero e appassionato, soffre molto di una somiglianza ai loro lavori. Una messinscena televisiva e una fotografia talvolta artefatta acuiscono questa sofferenza e pure la cura delle interpretazioni ottime, quelle di Pascal Zullino, Maria Grazia Cucinotta, Alessandro Haber, Ernesto Mahieux e del piccolo Matteo Basso, non riescono ad evitare una patologia frequente del cinema: l’essere soprafatti dal “già visto”.
Il dispiacere si fa forte perché se si va al centro del sole della storia, quello che illumina le campagne lucane di Melfi si trova un tema struggente e bellissimo: il peso dei sogni. Sognare non costa nulla? Non è vero. Sognare porta sofferenza, punizioni, conflitti. Per arrivare al sole devi attraversare le nubi, ma i nuvoloni grigi del “già visto” non permettono al film di brillare in originalità e non irradiano così lo spettatore della tanta poesia potenziale che poteva esserci in un racconto come questo…

 

 

 

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