A Peschici fa il suo ritorno trionfale Nicola, emigrato anni prima in Svezia per una triste questione di corna. Adesso è sposato con una bionda valchiria formosa, gestisce un ristorante a Stoccolma, è molto ricco e vuole prendersi la sua rivincita sui paesani che lo appellano “il cornuto”. Peccato che Nicola sia solo il cameriere in pensione di una pizzeria e abbia dilapidato la sua buonuscita per “affittare” una moglie in un’agenzia di escort. A Forte dei Marmi un’irriducibile tifoso viola investe tempo e denaro nello stabilimento balneare dei vip per scoprire se Manzanas, il grande portiere nero del Real Madrid, firmerà il contratto con l’amata Fiorentina.
Dentro l’ascensore dei Parioli e poi sulla Pontina, diretti a San Felice Circeo, Italo e Luciana consumano l’adulterio mentre i rispettivi coniugi, travolti da irrefrenabile passione, ricambiano allegramente. A Capri un antiquario etero si finge gay per vendere “meglio” mobili e quadri. Impegnato ad arredare la villa di un miliardario americano, finirà per approfittare delle grazie della moglie, rivelando la sua virilità. A Ostia Enzo, separato da una moglie apprensiva e petulante, trascorre una giornata al mare col figlio. Incapace di essere sincero, cerca come può di essere un buon padre, ma le bugie hanno sempre le gambe corte. Dentro una suite davanti al mare di Ischia provano a convivere l’asciutto ragionier Persichetti e la sua abbondante consorte: lui invaghito di una procace violinista e lei “invogliata” dai babà. Sul palcoscenico dell’anfiteatro di Porto Rotondo va in scena un attore teatrale e smemorato prestato al doppiaggio. “Sordo” ai suggerimenti del suggeritore, trasforma “la signora” di Dumas in una farsa grottesca.
Negli ultimi trent’anni la costruzione dell’immagine collettiva nel nostro paese è stata massicciamente delegata alla TV, non soltanto alla fiction ma anche ai servizi giornalistici, ai reality e ai varietà. La situazione sembra perciò volgere verso un ridimensionamento del medium cinematografico come intrattenimento principale. Tuttavia il cinema dei Vanzina sembra resistere, reclamando autorevolezza come specchio del costume e rivendicando la riappropriazione del linguaggio della commedia all’italiana. Eppure il loro “esperimento” estivo veicola un immaginario datato, che non ha nulla da dire ai teenager e più nulla da dire alle vecchie generazioni, malinconici esclusi.
I Vanzina, trasferendosi in luoghi vacanzieri e autoctoni, replicano la comicità di grana grossa, le bellone statuarie, i dialetti, la tipicità regionale, le star straniere e gli uomini infoiati e sempre lontani da una genitalità adulta. Siamo alle solite. Sempre più a corto di idee e di energia vitale, la premiata ditta Vanzina sforna l’ennesimo prodotto commerciale, mascherato da baluardo della commedia all’italiana e puntualmente sabotato dall’approssimazione e dalla gratuità.
Non basta nemmeno l’irrisione sovrana di Proietti a impedire che il senso del racconto coli a picco in un mare salmastro, si ha addirittura la sensazione che i suoi ammiccamenti, il suo istrionismo e l’eccellenza d’attore vogliano fornire un vaccino contro la miseria e l’imbarazzo di un film slegato da qualunque realtà. La presenza sproporzionata di Proietti (c’è un evidente scarto con il sistema (in)espressivo della pellicola) è sintomo evidente di insicurezza, di un cinema che non sa più dove andare a cercare la bellezza.
Quasi certamente baciato dal sole e dal successo nelle sale, è consolante l’oblio a cui il film è destinato subito dopo essere stato consumato…

 

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