Due fratelli che non si parlano e non si vedono da anni, un padre, artefice della disapora familiare a furia di botte e notti ubriache, e un gigantesco torneo di arti marziali miste con un primo premio di 5 milioni di dollari. Entrambi ex prodigi della lotta greco romana, perchè il padre-allenatore sebbene regalasse botte extra allenamento sapeva il fatto suo, i fratelli Conlon si ritrovano tra i migliori 16 del pianeta, coinvolti nel torneo che per ognuno dei due può essere la salvezza dal baratro (uno è un disperato autentico, l’altro un disperato con famiglia a carico a cui stanno levando tutto) senza aver risolto le loro questioni personali.
Gavin O’Connor in passato ha dimostrato di saperne di film sullo sport (Miracle) e di film sulle questioni familiari (Pride and glory), ora in Warrior riassume queste due tematiche, in uno sforzo di scrittura e messa in scena non indifferente che, specie nelle scene di lotta (le più difficili da restituire nella complessità d’azione e coinvolgimento personale nelle singole decisioni) nonostante l’uso di macchina a mano sembra guardare al più alto dei modelli, il padre di tutti i film di pugilato, l’inarrivabile Il sentiero della gloria.
Eppure per tutto il resto il vero punto fermo del regista/sceneggiatore è Rocky, cui viene riservato il trattamento rispettoso che si deve ai testi classici, come fosse Amleto. O’Connor ne replica i passaggi chiave e le interazioni fondamentali per adattare le sue dinamiche gutturali (la carne piegata da uno spirito e una volontà indomabili) ad una storia diversa (due fratelli separati e distrutti ognuno in maniera diversa da un padre ingiusto). I due protagonisti sono l’uno l’Adriana dell’altro e ogni personaggio interpreta un carattere o una funzione del testo di base. È cinema classico hollywoodiano, cinema di seconde occasioni, di buoni sentimenti e di perdenti che vogliono conquistare qualcosa, ma non suoni come una resa, Warrior è un film dalle alte aspirazioni, tra i più straordinari, sorprendenti e commoventi dell’anno.
Merito di una storia che regala più d’una sorpresa (di trama e di linguaggio) ma anche di tre interpreti scelti e amalgamati con sapienza su cui spicca non tanto il perfetto Nick Nolte, quanto il titanico Tom Hardy, un attore come se ne sono visti emergere pochi in questi anni, in grado in un pugno di primi piani finali di dispiegare sullo schermo un lavoro di silenzi portato avanti in tutto il film per guidare la carica verso l’esplosione emotiva.
Con le scene in interno riprese come in un film di Eastwood e quelle in esterna riprese come in uno di John G. Avildsen, O’Connor si dedica al ring riprendendo quello che questi due registi avevano già capito (e che mancava totalmente a Cinderella man o The fighter) cioè l’idea che il massimo della violenza sul ring nasca da una mistura dalle dosi raffinatissime di disperazione e tenerezza. Warrior è permeato da un senso di pietas mostruoso che schiaccia come un rullo tutte le diverse cadute di stile e leggerezze di cui pure il film è costellato.
Così quando l’opera giunge al suo climax fisiologico e le due storie parallele (miracolosamente scritte entrambe come le principali) si incrociano nel più ovvio degli scontri finali, O’Connor dà il suo massimo, superando anche il modello eastwoodiano per come lascia che il film non parli con la scrittura ma con il gesto. La presenza e l’azione dei corpi si fanno veicolo emotivo sostituendo la parola e attraverso la dura fisicità dei colpi i personaggi si relazionano come accade in uno scambio di battute. Senza tagli di montaggio esasperati ma con autentiche sequenze di lotta riprese a figura intera Warrior parla e commuove quasi senza bisogno di parole.. Fonte trama

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